Da oggi entra anche la Rockwool, tra i casi seguiti in questo blog, esterni alla protesta della Vinyls di Porto Torres. Un modo di più, un luogo in più – anche se virtuale – per unificare le lotte. I lavoratori della Rockwool meritano ampiamente di essere seguiti, poche lotte sono forti come la loro attualmente. Prima l’occupazione di un ponte, noto come “un ponte per il lavoro“, poi una serie di eventi creati con la collaborazione della cricca di artisti della Giuseppe Frau Gallery, che hanno portato alla nascita del festival di musica ROCKwool. Ecco il pezzo, di Claudia Sarritzu
Ve lo immaginate un vulcano in Sardegna? Ecco la Rockwool era come un vulcano artificiale nella località di Sa Stoia a Iglesias. Sì proprio lì, dove ci sono le miniere, ormai musei naturali per turisti più originali di altri, che mollano costumi e ombrelloni per conoscere un’altra Sardegna.
Si produceva lana di roccia, un silicato risultante dalla fusione della stessa a 1500° C, un materiale usato spesso nell’edilizia. E il processo chimico fisico è proprio quello che avviene in un vulcano. Qualcuno obietterà con slogan ecologisti della serie “Troppo inquinamento, meglio chiudere un impresa come questa e impiegare quella forza lavoro in industrie che non devastino ulteriormente la nostra terra”. Sono belle frasi che mettono d’accordo tutti. Ci sono politici che ci costruiscono un’intera carriera attorno a questi banali enunciati. Si parla sempre di riconversione, di smantellare il vecchio modo di fare industria per crearne uno pulito. Sono bravi tutti a parlare di sogni, perché sono belli e vanno coltivati e ci vogliono uomini e donne eccezionali che li facciano diventare realtà. Aspettando questi miracoli “puliti” la Sardegna rivuole i suoi operai a lavoro, perché per mangiare non bastano le belle parole, né i sussidi.
Parliamo di lana di roccia e di come si produce perché quando si parla di vertenze, bisognerebbe conoscere, non solo le motivazioni della crisi, le proteste degli operai, le famiglie travolte dal lutto di perdere il lavoro, ma anche il bene che verrà a mancare. Perché il mondo della produzione è collegato al suo territorio. Fallita una realtà, rischiano di morire anche le altre a catena. Se pensiamo all’indotto coinvolto, a soffrire dello smantellamento della Rockwool più di un anno e mezzo fa, sono i trasporti. Più di quaranta articolazioni. Erano infatti migliaia all’anno i camion che trasportavano lana di roccia, tantissime le dite d’appalto. E il mattone, qui, è l’unico vero sbocco lavorativo. Come direbbero gli economisti, la Rockwool è un’azienda che dà vita a un bene intermedio cioè parzialmente finito. In tre parole a un“input per altre imprese”. Si produce tutto ciò che rende un’abitazione ovattata, protetta dai così detti fastidi, troppo caldo, troppo freddo, troppo rumore. Ma i dipendenti della Rockwoll questo isolamento, questo silenzio intorno a loro, non lo vogliono.
La vertenza inizia a gennaio 2009. Quando l’azienda avvisa i dipendenti che l’impianto è in crisi. Nessuno di loro però immagina che nel giro di pochi mesi si sarebbe smantellato tutto. Si alternano periodi di Cig a periodi di produzione. La crisi sembra toccare solo lo stabilimento italiano di Sa Stoia. In Spagna, Francia e Germania non si parla di delocalizzare gli impianti.
La situazione diventa irreversibile in primavera, esattamente venerdì 17 aprile 2009 ( data infausta ), arriva la dichiarazione ufficiale che entro 70 giorni tutto l’impianto verrà smantellato. A maggio il governo sardo non si spiega ancora quali siano in motivi reali per cui la società danese decide di chiudere l’impianto, vengono elencati motivi generici come costi eccessivi di lavoro, energia, trasporti e così via. “E infatti i motivi non esistono. L’azienda non ha mai chiesto nulla al governo perché non aveva interesse a restare. Il suo scopo era andarsene da Iglesias” lo afferma Roberto Puddu segretario della Cgil Camera del Lavoro del Sulcis iglesiente. Il primo maggio del 2009 i lavoratori dell’Eurallumina, Alcoa e Portovesme Srl solidarizzano con i loro colleghi della Rockwool e decidono di trascorrere con loro, nel presidio, la giornata. Ad agosto il Sulcis vede chiudere Eurallumina, Otefal e Rockwool. La Portvesme srl è chiusa per due terzi e Alcoa resta in bilico in attesa di tariffe speciali. Durante l’estate scorsa il territorio sembra implodere. E l’azienda con meno speranze appare subito la Rockwool.
“Siamo disponibili a verificare la possibilità di incentivi per un investimento nel settore della lana di roccia, ovviamente in presenza di imprenditori seri”. Lo affermava l’assessore alla Programmazione, Giorgio La Spisa, il 28 Ottobre 2009. Continuava sostenendo che “La Regione ha messo a disposizione tutti gli strumenti a sua disposizione e siamo sorpresi che l’azienda abbia parlato ai lavoratori di inesistenti inadempienze da parte nostra. La volontà dell’azienda appare chiara e se si dovesse arrivare alla chiusura la responsabilità sarebbe esclusivamente dell’attuale proprietà”. Salvatore Corriga, uno dei portavoce della protesta, non fa che ricordare che “Quando l’azienda ha deciso di smantellare l’impianto, è stata una sorpresa per tutti, perché non era un settore in sofferenza. Era l’unica dita che produceva lana di roccia in Italia. Ti aspetti che lo Stato non permetta la fuga di una realtà così importante all’estero, in India o in Croazia, ma lotti per farla restare nel territorio nazionale.” E in effetti la Rockwool produceva fino a due anni fa, 36.000 tonnellate di lana di roccia. Ma mentre i macchinari marciavano a pieno regime, nei piani alti, sei mesi dopo, diranno che vagliate tutte le soluzioni possibili, si sono decisi a prendere quella più difficile ma l’unica possibile. Imponendo così lo stop affermando che la situazione economica era insostenibile e che era minata fortemente la competitività dell’impianto. E qui dovrebbe chiudersi il sipario sulla rockwool.
Ma questa è la Sardegna che deve andare orgogliosa dei suoi lavoratori: loro non si arrendono e la lotta va avanti. Una lotta che li porterà ad occupare un ponte, noto come “un ponte per il lavoro“, e ad associarsi alla cricca di artisti della Giuseppe Frau Gallery nella creazione di eventi e di un concerto a tappe che continua ancora oggi. Il ROCKwool…
LEGGI QUI IL SEGUITO DELL\’ARTICOLO SULLA ROCKWOOL!
di Claudia Sarritzu
(27 settembre 2010)
TUTTI GLI ARTICOLI SUL CASO ROCKWOOL:
- Un vulcano spento, il caso Rockwool – 2 parte (29 settembre 2010)
- Un vulcano spento, il caso Rockwool – 1 parte (27 settembre 2010)
Tags: Claudia Sarritzu, iglesias, lana di roccia, protesta, Rockwool, Sulcis









Ciao Claudia,
mi piace il tuo pezzo, perché non è un analisi che si limita alla descrizione dell’accaduto e dell’esistente ma arricchisce di spunti di riflessione politici la questione della drammatica crisi dell’industria in Sardegna. Trovo straordinaria la capacità di resistenza dei lavoratori e delle lavoratrici sarde di fronte al costante smantellamento delle loro fabbriche. E’ sempre più necessario e urgente l’unità di tutte le lotte e di tutti i conflitti sociali esistenti. E voglio esprimere in questo blog tutta la mia vicinanza e la solidarietà ai lavoratori Rockwool. Penso che questo dibattito vada scisso in due dimensioni.
Una dimensione sul futuro, cioè su quale modello di sviluppo è utile e necessario per la Sardegna. La nostra non è una terra povera. Non lo è mai stata, e fortunatamente non lo è nemmeno ora. In molti vogliono farci credere questa favola, dal mondo della politica al mondo dell’economia. Ma la Sardegna è ricca di risorse naturali e di cultura. A chi è utile questa favola? Forse a giustificare ed accelerare il processo di deindustrializzazione e di distruzione dei diritti dei lavoratori. Viviamo in maniera drammatica e violenta un processo di deindustrializzione costante. Come quelli subiti nel passato di distruzione delle culture pastorali e contadine. Tutti processi visibili anche nei tentativi di mercificazione dei beni comuni, dalla privatizzazione dell’acqua, alla svendita della conoscenza, della cultura e dei saperi.
E poi c’è la dimensione del presente. La Sardegna, come il resto dell’Europa, è la protagonista passiva di un modello di sviluppo selvaggio. Passiva e incapace di reazione è anche la sua classe dirigente. La parola d’ordine che dovrebbe determinare l’agenda politica e sindacale dovrebbe essere quella di lottare e difendere con i denti il lavoro in Sardegna. Questa storia della Rockwool è anche il frutto di una scelta criminale di politica industriale. Come fa un azienda seria a puntare al futuro, se semplicemente pensa di tagliare tutto quello che si può tagliare e trasferire all’estero la produzione?
Roberto Loddo
bel pezzo Claudia…
brava davvero…
Claudia è bravissima!! E per nostra fortuna continuerà a scrivere sul blog!! Non da meno, aggiungo l’altro nuovo redattore del blog, Andrea Demontis. Ciao!
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