“È una giornalista?” a parte che ogni volta mi fanno questa domanda per qualche istante resto muta perché non so mai cosa rispondere – perché mi chiedo sempre se giornalista è chi lo fa, come lo faccio io, o chi è semplicemente in possesso di un contratto d’assunzione serio – ho detto sì, acceso il microfono e, come faccio ormai da due anni, ho raccolto le voci, le testimonianze, la rabbia della gente.
Cagliari, la mia Cagliari – concedetemi di scrivere in prima persona – da alcune settimane accoglie quasi giornalmente proteste di lavoratori e studenti. Blocco del traffico, zone blindate, fischietti e trombette assordanti. Qualche vuvuzela sopravvissuta allo scorso disastroso campionato del mondo. Infondo non succede nulla di così eclatante. Qualsiasi persona ragionevole poteva immaginarsi che la corda la puoi tirare fino a un certo punto, poi anche se siamo un popolo paziente, si spezza e non c’è via di ritorno. E la mia città è fatta di queste persone sagge, che si aspettavano tutto questo. Mi capita di passarci in mezzo, fra la gente, di mescolarmi con loro, di mischiare la mia voce con il brusio generale, in questi giorni e di essere orgogliosa della tenuta che sta dimostrando Cagliari. Le persone subiscono serenamente, continuano a rincorrere i loro impegni, buttano uno sguardo verso i manifestanti, cancellano le immagini sempre più pietose e vanno avanti, ora dopo ora, giorno dopo giorno. Non è indifferenza, è paura forse scaramanzia, non voler vedere chi soffre per paura di essere contagiati dalla stessa maledizione del Non Lavoro. Come biasimarli. La cassa integrazione sta diventando la peste nel XXI secolo. (continua…)



