Marchionne il ricattatore

69 Flares Facebook 68 Twitter 0 Google+ 1 LinkedIn 0 69 Flares ×

O fate come dico io, o me ne vado”. Sergio Marchionne, nell’intervista di domenica a Che tempo che fa con Fabio Fazio (Guarda il video in fondo alla pagina), avrebbe potuto risparmiare tempo, e dire esattamente le cose come stanno. Senza tanti giri di parole, evitando i convenevoli e i messaggi subliminali che stanno dietro le sue dichiarazioni, il numero uno della Fiat dovrebbe uscire allo scoperto una volta per tutte, togliere dal volto quella maschera che porta in giro da troppo tempo.

Come ha detto giustamente il segretario della Cgil, Guglielmo Epifani: “Cosa sarebbe successo in Germania se un amministratore delegato di un grande gruppo industriale avesse parlato in televisione e non davanti al suo comitato di sorveglianza? Lo avrebbero cacciato”. Ma Marchionne sta anticipando tutti, vuole cacciarsi dall’Italia già da sé, è da mesi che le sue dichiarazioni denotano una particolare insofferenza a mantenere le produzioni in Italia.

Si sta affermando nel nostro Paese una pericolosa tendenza che vuole invertire la scala gerarchica dei valori costituzionalmente garantiti. Gli esempi sono tanti, dal diritto alla privacy che cerca di scavalcare la libera informazione e il diritto di cronaca e di critica anche su fatti e argomenti di pubblico dominio, all’ideale razzista delle traduzioni culturali nostrane da scagliare contro la libera circolazione dei popoli, cavalcato dal populismo e dalla demagogia del principio sintetizzabile nel “prima gli italiani, poi gli stranieri”, fino ad arrivare al caso Fiat e a tutte le altre situazioni di crisi industriale del nostro paese. Sembra infatti che i diritti dei lavoratori, conquistati grazie a enormi sacrifici nel tempo, non contino più niente, o siano comunque uno scomodo impiccio di fronte al miraggio dell’efficienza economica da perseguire ad ogni costo.

Dopo aver proposto un contratto di lavoro “alternativo” a Pomigliano, un pastrocchio che ci avrebbe riportato indietro di qualche secolo, e dopo aver punito in maniera esemplare i tre operai di Melfi, colpevoli di aver manifestato liberamente il loro disagio, Marchionne parla esattamente come una persona che con il Belpaese non vuole più avere niente a che fare. Inglorioso quando dice che: “Senza l’Italia la Fiat potrebbe fare di più. Nemmeno un euro dei due miliardi di utile operativo previsto per il 2010 viene dall’Italia”.

Lo sdegno è quasi bipartisan: “Marchionne deve smetterla di continuare a umiliare i lavoratori” dice Palombella della Uilm. “Già i predecessori di Marchionne dicevano che gli stabilimenti italiani non erano competitivi. Anche lui sa che la produttività non si recupera tagliando le pause di dieci minuti” è il parere di Airaudo della Fiom che torna quindi sul contratto di Pomigliano. Perfino Calderoli ricorda all’ad della Fiat gli aiuti ricevuti dallo Stato tempo addietro, ma il più duro è Epifani: “Il problema ormai è il Lingotto, non gli operai”.

L’uomo maglione ha poi proseguito denunciando il 118simo posto italiano nella classifica dell’efficienza del lavoro e il 48simo per la competitività, affermando inoltre che: “Non c’è nessuno straniero che vuole investire qui”. Colpa dei lavoratori o di decenni di politiche industriali sconclusionate? Per Marchionne la risposta è scontata, per noi è quella opposta. Fosse per lui, si delocalizzerebbe tutto, dagli stabilimenti alle case produttrici di maglioni, rigorosamente a girocollo e di colore blu, con la chiusura di tutti gli impianti di produzione italiani, da Mirafiori a Cassino, passando per Melfi e Termini Imerese, e arrivando al più recentemente discusso Pomigliano d’Arco. Che si fottano poi i 22.080 dipendenti che lavorano da anni in queste fabbriche, vadano a trovarsi un nuovo lavoro, che qui, l’unica cosa che conta, sono gli utili.

Il mondo corre veloce per i dirigenti d’azienda, soprattutto in tempi di crisi come quelli in cui viviamo. Non c’è tempo per fermarsi, per aspettare, per trovare soluzioni che non vadano necessariamente a penalizzare fortemente chi è più debole. Noi di pazienza, invece, ne abbiamo tanta, non facciamo del cinismo e della “frenesia economica” il nostro modus vivendi. E a prescindere, nel crudele scontro tra imprenditori e lavoratori, facciamo il tifo sempre per questi ultimi.

di Andrea Demontis

69 Flares Facebook 68 Twitter 0 Google+ 1 LinkedIn 0 69 Flares ×

Tags: , , , , , , , , , ,

Top post

Post recenti