Omsa Faenza: Natale in Serbia

Omsa Faenza: Natale in Serbia

 

L’Italia si trasferisce all’estero.  Volendo fare una rilevazione sociologica alla Bourdieu delle ultime tendenze, stili di vita e costumi culturali della penisola sarebbe indubitabile notare la preoccupante tendenza di un paese che che non é più qui. E non sono più solo i suoi ricercatori, gli studenti, i suoi giovani in cerca di lavoro, i famosi ‘cervelli in fuga’ che migrano verso lidi migliori per trovare quelle opportunità che l’Italia non offre più.  Adesso sono anche le imprese che fuggono.

Piccolo problema; gli operai  che in queste imprese lavorano da anni non possono fuggire anche loro. Non possono seguire le loro “adorate” fabbriche in qualche sperduta regione dell’est europeo, perché sembra questa la meta più ambita ultimamente.

Piccolo problema in fondo no? Si può chiedere risposta a questo arduo quesito a chi lo sperimenta direttamente sulla sua pelle per realizzare appieno come questo ‘piccolo’ problema si trasformi in dramma. Si può chiedere ai 350  dipendenti (in maggioranza donne) dell’OMSA di Faenza per esempio. Gli si può chiedere di come dopo un anno e mezzo di cassaintegrazione non ci siano ancora risposte, di come sia possibile delocalizzare un’azienda sana e produttiva, togliendo il lavoro a centinaia di persone, e di famiglie.

Perché questo é il punto. Si sta parlando di persone, e di nient’altro. É facile nascondersi dietro i numeri, le ragioni economiche e produttive come in questi mesi hanno tentato di fare i dirigenti del gruppo, il patron Nerino Grassi e la sua dirigenza. É ancor meno facile però quando queste non sussistono. Perché l’Omsa é un’azienda sana.

Nadia lo sa, e non ha paura a dirlo. Nadia ha 47 anni di cui 26 passati a lavorare all’interno dell’azienda faentina, un marito ed un figlio diciottenne. Parlando con lei si può subito capire tutta la delusione e l’amarezza di una situazione che rimane ancora bloccata, incerta, terribile. Questo giovedì,  16 dicembre, arriva la notizia del rinvio dell’incontro che si sarebbe dovuto tenere fra istituzioni, sindacati e proprietà a Roma, e che invece é stato rinviato al 22 dicembre. “Ci hanno preso in giro un’altra volta” commenta delusa Nadia. “Noi siamo in cassa integrazione straordinaria dal 15 Marzo scorso, e ora hanno addirittura fatto slittare un incontro importante come questo che doveva decidere dei progetti di riconversione dell’impianto di cui oramai si parla da mesi. C’è un fantomatico compratore sembra, ma io non ci credo finché non lo vedo con i miei occhi. E poi si pone il problema di ricollocare non una metà, ma tutte le operaie dell’Omsa. Noi lottiamo ed abbiamo lottato per questo”. Nadia parla per tutte le sue colleghe e colleghi, spera in una svolta, ma non ci crede più. Anzi considera questo slittamento non casuale perchè “la settimana prossima la fabbrica, dove ora lavorano a rotazione circa 30 persone, quattro ore al giorno, chiuderà per le vacanze di Natale, e chissà se riaprirà”.

Una fabbrica che ha già visto in quest’ultimo anno due presidi. Il primo, scattato l’inverno scorso per 50 giorni, e il secondo che quest’estate aveva cercato di impedire che venissero smantellate le macchine per essere trasferite in Serbia, dove la proprietà ha già ben 3 stabilimenti attivi.

In mezzo a questa storia si deve evidenziare, ancora una volta in puro ‘italian style’ la mancanza di peso delle istituzioni. Nadia é lucida e fa una considerazione: “Le istituzioni, in particolare quelle di Faenza stessa, non si muovono. Non hanno polso. Ad oggi sono stati molti gli incontri, le protesete, e, a Marzo, periodo di elezioni, abbiamo assistito al solito carrozzone di politici che sono passati dal presidio. E non solo i politici locali, anche Bersani ed Errani il presidente della Regione. Ma poi? Dove sono finiti tutti?”. E continua:

“è venuto pure il Gabibbo, ma cosa vedo l’altro giorno su Striscia la Notizia? La pubblicità della Golden Lady. Allora ci stanno veramente prendendo in giro”.

É la solita storia, il solito copione si potrebbe dire. Ed in questo vuoto politico, quasi di impotenza Nadia ci racconta pure quella che suona davvero come una beffa inaccettabile: “L’inverno scorso, non ricordo esattamente quando, dopo l’incontro con le parti alla sede di Confindustria di Ravenna, il consulente della proprietà William Storchi se ne é uscito dalla sede alzando le braccia, come in segno di vittoria. C’é mancato poco che non venissimo alle mani. Ma si può compiere un gesto di questo genere? Di fronte a centinaia di operai in cassaintegrazione. Perché ora sembra quasi che la cassaintegrazione sia una gentile concessione. Molte delle mie colleghe ancora speranzose la vedono quasi come una cosa buona. Ma, voglio dire, quelli della cassa sono soldi nostri, che abbiamo versato noi; sembra una concessione ma non lo é affatto, anzi”.

Le parole di Nadia sono amare, e come non potrebbero esserlo. Sono figlie di una situazione che ancora una volta rispecchia la miopia imprenditoriale italiana e come la crisi di questi anni sia stata spesso solo utilizzata come pretesto per sbarazzarsi di industrie, persone, cose e trasferire tutto dove la manodopera costa meno. Ma, lo ripetiamo, l’OMSA non é, e non é mai stata, un’azienda in crisi. Quello che stupisce, alla fine della storia, sono la bieca volontà di ricerca di un mero profitto economico e l’impotenza, o impotenza voluta delle istituzioni. L’OMSA esiste a Faenza da 71 anni. É davvero possibile che nessuno possa fare nulla?

di Francesco Farinelli
(24 dicembre 2010)


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