Il nostro tempo è adesso

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Con il termine precariato si intende, generalmente, la condizione di quelle persone che vivono, involontariamente, in una situazione lavorativa che rileva contemporaneamente due fattori di insicurezza:

1. mancanza di continuità del rapporto di lavoro e certezza sul futuro;

2. mancanza di un reddito adeguato su cui poter contare per pianificare la propria vita presente e futura.

È la definizione che ho trovato su Wikipedia. Il vocabolario della mia generazione che vive su internet la metà delle sue giornate.

Per continuare a descrivervi questa parola dovrei passare in rassegna altri elementi che la influenzano. Per esempio le forme in cui si manifesta: lavoro nero, contratti a termine, contratti interinali. Oppure, dovrei parlarvi delle cose che mancano: assenza in certi casi di Tfr, dell’adeguato compenso, della presenza o meno della copertura assicurativa. Dovrei elencare tutti i diritti che questo lavoratore non ha. Ma questa non è una lezione di Diritto del Lavoro. L’unico modo che ho per scrivere di precariato è oggi: parlarvi delle persone precarie, dei giovani che sono la maggior parte. Della vita normale di questi ragazzi, per raccontarvi quello che un vocabolario non può sapere, perché non ha udito e non ha visto. Il coraggio di continuare nonostante tutto ad avere fiducia in una società che ci ha traditi.

Posso parlare di precariato non perché io lo sia, io sono strozzata in una gavetta senza fine, il precariato per i giovani che vogliono fare i giornalisti è addirittura un miraggio. Ma posso permettermelo per aver conosciuto le condizioni di coloro che ho seguito in questi anni di crisi come cronista. Ma soprattutto perché sono italiana e sono del sud e ho stampati per sempre, i nomi, come croci in un cimitero di ricordi, dei ragazzi morti nella casa dello studente dell’Aquila. Morti dove dovevano stare al sicuro, morti mentre studiavano per diventare un giorno precari laureati.

Il precario è precario perché non ha altra scelta, meglio questo che nulla. Un cittadino di serie B, senza diritti e libertà.

Elena ha 24 anni come me, quando le hanno detto che era stata selezionata per il servizio civile, era la ragazza più felice al mondo. 30 ore settimanali per 433 euro al mese. Felice non basta, aveva gli occhi più belli di sempre, la mia amica. A lavoro ci va ogni mattina con dedizione, si occupa di persone disabili, ha un cuore molto grande, sono profondamente orgogliosa di lei.

Silvana vive con la valigia, non c’era la specialistica qui a Cagliari, tanti sacrifici ed è emigrata a Roma per studiare, forse fra poco firmerà un contratto di un anno, poca roba. Ma quel giorno si sentirà addirittura fortunata, ma so che la mia compagnia di liceo che oggi è come una sorella per me, a volte piange perché vorrebbe tornare a Cagliari, da me, dai suoi, dal suo ragazzo che accetta con occhi bassi le sue partenze, perché sa che qui non c’è lavoro per lei.

Enrica fa ripetizioni di lingua spagnola, ci mette l’anima con questi ragazzi. L’ho vista consumarsi le scarpe camminando da una parte all’altra della città portando curricula, sostenendo colloqui. Alzandosi da quelle sedie, stringendo mani sempre fiera, sempre ottimista anche se ogni volta la frase è “brava, le faremo sapere”. Ora ha gli occhi stanchi. Mi dice che si sente inutile per la società. La disoccupazione genera depressione. Ma della cura non parla nessuno.

Lisa mi guarda con ammirazione, mi ricorda quello che io non vedo più: la stranezza del mio lavoro, dare voce a chi lotta per i diritti e non occuparmi dei miei. Mi insegna che bisogna scandalizzarsi di fronte allo sfruttamento, anche quando si parla del proprio.

Il precariato è la nuova generazione, perché è precario il suo modo di pensare se stesso e la realtà. È senso di colpa. Soprattutto verso chi ami. Vi farò un esempio, per concludere. A volte ho paura di guardare negli occhi il ragazzo con cui vorrei costruirmi un futuro, perché non sto concretizzando nulla per noi. Non saprei come pagare una casa, o fare la spesa. Mi sento in colpa davanti ai miei genitori che devono ancora mantenermi. Mi sento in colpa nei confronti dei ragazzi che hanno meno dei miei 24 anni, e non so che fare, come reagire, come prendere “questo tempo che è adesso” per lasciar loro un’Italia migliore.

E allora, sabato 9 aprile, tutt* in piazza contro la precarietà del lavoro!

di Claudia Sarritzu
(7 aprile 2009)

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