Thyssen: Sentenza storica per i lavoratori

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Manuel De Carli disegni, Alessandro Di Virgilio testi. Copyright: © 2009 BeccoGiallo Srl

16 anni e sei mesi ad Harald Espenhahan, amministratore delegato della ThyssenKrupp Italia; 13 anni e sei mesi per i dirigenti Gerald Priegnitz e Marco Pucci, e per Raffaele Salerno e Cosimo Cafueri, rispettivamente direttore dello stabilimento torinese e responsabile alla sicurezza; 10 anni e dieci mesi a Daniele Moroni, anch’egli dirigente. Queste sono le condanne inflitte dalla Corte d’Assise di Torino ai vertici della Thyssen, responsabili della morte di Rocco Marzo, Angelo Laurino, Antonio Schiavone, Roberto Scola, Bruno Santino, Rosario Rodinò e Giuseppe Demasi, i sette operai che il 6 dicembre 2007 furono investiti da un’esplosione sulla linea 5 dell’acciaieria di corso Regina Margherita.

“Omicidio volontario con dolo eventuale” è stato il reato per il quale sono stati condannati i dirigenti dell’azienda, una sentenza storica in tema di morti sul lavoro, che ha visto i giudici torinesi accogliere pienamente tutte le richieste dell’accusa. Una “tragedia annunciata” l’avevano definita i pubblici ministeri Guariniello, Longo e Traverso, determinata da una delinquenziale omissione delle necessarie misure di sicurezza in uno stabilimento che sarebbe stato dismesso a pochi mesi di distanza dall’incidente, ma che continuava a funzionare nonostante l’assenza di un’adeguata manutenzione, di sistemi di rilevazione incendi, e la presenza di estintori vuoti o mal funzionanti.

Carenze causate da una infausta decisione presa dall’ad Espenhahan, grazie alla quale veniva dirottato un investimento da 800mila euro da Torino a Terni, città in cui la linea della morte sarebbe stata trasferita. E’ stata un’email firmata proprio dall’amministratore delegato che ha portato l’accusa a ipotizzare il reato di omicidio volontario: “from Turin”, scriveva Espenhahan nella lettera incriminata, in riferimento alla destinazione dell’investimento. Non a Torino, quindi, ma a Terni, erano destinati quei soldi che avrebbero potuto salvare la vita dei sette operai morti nel rogo.

Nonostante le sollecitazioni delle assicurazioni, però, l’amministratore delegato e i suoi collaboratori, decisero di tenere aperto lo stabilimento torinese in uno stato di totale insicurezza mettendo a repentaglio la salute dei lavoratori, destinati a rimetterci la vita nel caso in cui un incedente come quello del 6 dicembre 2007 si fosse verificato. Espenhahan e soci erano perfettamente a conoscenza dei rischi che correvano, ma preferirono scommettere sulla pelle dei propri operai, perdendo.

di Andrea Demontis
(21 aprile 2011)

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