Diario dal Rockbus: ANNOZERO nel Sulcis

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Recentemente ANNOZERO ci ha portato nel Sulcis sardo, la più povera provincia italiana, dove Pastori Sardi, operai e artigiani si sono uniti nella lotta. Da 8 mesi seguiamo gli operai della Rockwool, che occupano ancora il bus abbandonato – Rockbus – e che per primi costrinsero il Sulcis a prendere coscienza. Ecco, dopo alcune settimane di pausa, il diario dal Rockbus.

Il Rockbus nel Sulcis, Campo Pisano

Ricordo ancora quel 16 aprile del 2009 quando con una maledetta mail indirizzata al sindaco di Iglesias, veniva comunicato dai vertici Rockwool l’intenzione di fermare le produzioni e smantellare il nostro stabilimento.

Era ancora il periodo in cui la divisa da lavoro, corredata da anonimo caschetto bianco, veniva sfoggiata solo in stabilimento. L’unico ad essere fuori dalle righe era il collega Ignazio, che era solito indossare sgargianti magliette firmate LaCoste e manifestare una innata antipatia per l’uso del casco di protezione, quasi gli rovinasse quella sua capigliatura brizzolata alla Richard Gere.

Eravamo in piena crisi economica mondiale, ma della frana che era in corso vedevamo solo il macigno che è arrivato sulla nostra testa. Sono sicuro che, con un pizzico di distaccata compassione, percepivano solo quello anche tutti quei concittadini che ci guardavano manifestare da bordo strada, come se per loro la frana fosse distante e dietro un vetro di protezione super sicuro.

In quei primi mesi di lotta alla trasmissione Annozero parlarono del sulcis e dal piazzale dell’Eurallumina fecero dei collegamenti esterni: oltre ai lavoratori Eurallumina c’erano anche gli ex lavoratori Rockwool: i primi con tuta verde e noi con tuta blu. Tranne Ignazio che persisteva nel suo abbigliamento “borghese”.

Di giorni, come pure di persone e di fatti, nella nostra lotta ne sono passati tanti: politici locali, regionali e nazionali, di destra, di centro e di sinistra, 3 assessori regionali all’industria, 3 ministri allo sviluppo economico, 8 mesi di occupazione dello stabilimento, la nostra fabbrica smantellata e portata in India, quindi 13 mesi di occupazione di un ponte simbolo della lotta per la rinascita del territorio, un festival ROCKWool, il Rockbus con destinazione bonifiche ambientali, 3 cicli di cassa integrazione.

Ora la novità, frutto della nostra lotta e della caparbietà dei lavoratori che da due anni credono nell’unica soluzione per questo territorio… stiamo frequentando dei corsi di riqualificazione professionale legati alle Bonifiche Ambientali da operarsi sul nostro territorio, ma finché questi non saranno finalizzati alla nostra ricollocazione continueremo con il nostro movimento.

Purtroppo la nostra lotta e la nostra volontà è stata incapace di evitare lo smantellamento dello stabilimento. Una lotta di pochi operai è nulla se non vi è alle spalle una lotta di popolo, perché solo così la classe politica è spinta ad operare per il bene comune. Ma qualcuno sosteneva che il popolo si mobilita col disagio… le varie frane che hanno colpito il Sulcis sono confluite e hanno frantumato quel fragile vetro di protezione che pareva un perfetto isolante per chi all’inizio pensava di essere immune, e faceva lo spettatore.

di Matteo cassintegrato Rockwool, dal Rockbus occupato
(12 maggio 2011)

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