Contro la Marcegaglia, tutti sulla ciminiera

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In un certo senso sembra di essere tornati ai tempi delle occupazioni scolastiche, al liceo sopratutto. Un’occupazione alla settimana potrebbe essere l’improbabile slogan di quello che è un inquietante segnale sullo stato reale del paese.

Questa volta è toccato, purtroppo, ancora a degli operai salire su di una torre, la ciminiera della centrale, per difendere i loro posti di lavoro (proprio come mesi fa avevano fatto gli operai delle Torri Gemelle Vinyls). Il caso riguarda il paese di Cutro in provincia di Crotone dove dapprima 15, poi passati a 24, operai della centrale a biomasse Eta hanno portato inevitabilmente ad un livello superiore la loro protesta che prima era solo presidio. Diciamo inevitabilmente poichè per l’ennesima volta ci troviamo di fronte a persone che devono affrontare quella cassa integrazione che sembra essere indeterminata, senza futuro, e senza risposte da parte dell’azienda.

È inoltre triste notare come anche in questo caso l’azienda non sia poi un’azienda in crisi o un’azienda di piccole dimensioni costretta da improbabili congiunture internazionali a drastici tagli, no. Stiamo parlando invece del gruppo Marcegaglia, di cui la titolare Emma è presidente di Confindustria, gruppo che controlla la centrale a biomasse. Leonardo Mittica, capoturno Eta sottolinea come la centrale fosse ”una fra le più produttive del gruppo” dove venivano ricevuti mensilmente fax di complimenti per la produzione. Tutto inizia quattro mesi fa, quando viene annunciato dal gruppo Marcegaglia uno stop alla produzione per rinnovo degli impianti evidentemente correlato anche al fatto che da qualche mese a questa parte la produzione di biomasse ha smesso di essere sotto un regime di agevolazione fiscale. I cosiddetti lavori di Revamping, nel solito inglese-pigliatutto utilizzato in Italia, però non sono mai iniziati.

In quest’ultima settimana, dopo l’occupazione, si è poi assistito al triste valzer che da diversi anni ormai imperversa per tutto lo stivale, con i vari politici locali (fra cui la vicepresidente della regione Antonella Stasi, il consiglio comunale di Cutro ed il consigliere regionale Pd Francesco Sulla) che si sono detti indignati (indignados?), solidali e pronti ad intervenire. Suona tanto come un copione già visto, già letto troppe volte su e giù per il Belpaese. Un’azienda sana, una proprietà spietata che decide di chiudere per i motivi più diversi, le reazioni della politica unanimi e sotto le telecamere, la cassa integrazione per chi resta, spesso poi l’abbandono e le promesse disattese.

Viene da chiedersi se il caso di Cutro, se vogliamo più recente di altri da noi stessi trattati su questo blog, non stia riproponendo purtroppo il solito drammatico film. E mai nessuno che proponga o parli di una legge per evitare ad aziende, che rimangono impunite, di delocalizzare e di andarsene quando gli pare.

di Francesco Farinelli

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