Barletta, morire per 4 euro l’ora

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Il crollo della palazzina a Barletta

Matilde, Giovanna, Antonella, Tina. La morte delle quattro operaie nello scantinato del palazzo crollato a Barletta ha fatto saltare per l’ennesima volta il coperchio dell’enorme scatola del lavoro nero italiano che contiene tre milioni di lavoratori invisibili pari a 3 miliardi di economica sommersa (approfondisci). Ma tranquilli, passati i funerali, che si svolgeranno oggi giovedì 6 ottobre, quel coperchio verrà richiuso, fino  alla prossima morte.

Fosse ancora vivo mio padre, e tutti i suoi compagni delle lotte sindacali dagli anni ’60 in avanti, sarebbe disperato. Il loro quotidiano impegno per migliorare la situazione dei lavoratori e delle lavoratrici, le discussioni dure con i datori di lavoro, il parlare con i lavoratori per spiegare che lo stato di sfruttamento non è proprio del lavoro, che il lavoro è dignità, riscatto e non sottomissione, tutta la loro passione umana e politica che ha portato alla conquista del diritto al lavoro sano, alla giusta retribuzione, al diritto alla vita fuori dal lavoro, … tutto cancellato dai vari crolli reali e figurati (art.8) degli ultimi anni. Anche l’ex sindacalista della Fiom Antonio Pizzinato dice “Sulla sicurezza siamo tornati agli anni ’70” (ascolta il suo intervento).

Sotto le macerie di Barletta, insieme alle operaie che hanno perso la vita in modo atroce, insopportabile, dove è morta anche la giovane figlia del titolare dell’attività, è morto un altro pezzo di paese.  E’ morta una comunità che vede il marcio, ma lo considera inevitabile, nemmeno la polizia urbana denuncia queste situazioni (né il lavoro nero, né gli edifici pericolanti), una comunità amministrata da un uomo, il sindaco Nicola Maffei (PD) che dice: “Non mi sento di criminalizzare chi, in un momento di crisi come questo viola la legge assicurando però lavoro a patto che non si speculi sulla vita delle persone”.  Ecco, se un sindaco arriva a fare pubblicamente dichiarazioni di questo tipo, vuoi perché pensa che il fine giustifichi i mezzi vuoi perché il suo territorio vive una situazione lavorativa così drammatica che lui, pur facendo di tutto, non riesce a sbloccare anche perché abbandonato dallo Stato, se un sindaco giunge a questo, vuol dire che siamo terzo mondo. Altro che settima potenza industriale!

A pensarci bene però c’è un punto nel quale probabilmente non ci batte nessuno: il risarcimento post mortem. Il nostro problema è che non siamo proprio capaci di intervenire pre-sciagura. Così nessuno risarcisce oggi le migliaia di donne e uomini, operai, che prendono 3-4 euro all’ora (anche regolarmente messi in regola!) per un lavoro alienante, malsano se non nocivo. Nessuno risarcisce della vita non vissuta degnamente. Nessuno, perché obnubilati dai disgustosi teatrini del “esco da confindustria”, “erano solo serate conviviali”, “Amanda libera!”, “giro della padania”, si perde di vista il paese reale che sembra viva in un substrato nascosto, giù in basso, nello scantinato.

Ma L’isola dei cassaintegrati, l’unico reality reale, purtroppo, è proprio in quello strato che vive e cerca di dare voce a tutti gli scantinati del lavoro, a tutte le Matilde, Giovanna, Antonella, Tina, fino a quando tutti insieme riusciremo a vivere dignitosamente. Almeno al primo piano.

Mi piace segnalare: Quelle operaie morte a barletta di Nella Condorelli (Women in the city)

Cadigia Perini
(6 ottobre 2011)

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