Come ribellarci, in rete e fuori. Intervista a Alessandro Gilioli

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In uno dei tuoi ultimi post su Piovono Rane hai parlato di disobbedienza civile, mentre Luca De Biase lancia un dibattito transnazionale sulla ribellione degli italiani. A cosa dobbiamo ribellarci esattamente?

A tante cose, ma ne cito per ora solo due: la condizione culturale e sociale in cui l’establishment italiano ha rinchiuso da oltre quindici anni questo Paese, che è diventato a poco a poco sempre più chiuso in se stesso, orientato al passato, impaurito, autoreferenziale, provinciale, con le finestre sbarrate e l’aria stantia, ostile verso le sue generazioni più giovani e ostile verso chiunque abbia intelligenza, libertà mentale, talento. La seconda è la situazione politica in cui un miliardario dei media prima è arrivato al potere usando i suoi soldi e i suoi media (e fin qui passi, è una democrazia alterata ma è pur sempre democrazia), poi si è barricato al potere acquistando con altri soldi, promesse di poltrone e minacce di “trattamenti Boffo” un discreto numero di parlamentari, sostituendo quindi il consenso che tra i cittadini non ha più (e che non avrebbe avuto nemmeno più in Parlamento) con l’appoggio dei deputati che ha corrotto. E qui  la distorsione della democrazia rappresentativa è diventata ancora più evidente o ormai poco sopportabile. Parlo quindi di possibili forme di disobbedienza civile perché – essendo personalmente un pacifista e un legalitario – ritengo che l’unica possibile forma di violazione della legge eticamente accettabile sia quella pacifica e gandhiana. 

Ti riferisci agli scontri di Roma del 15 ottobre?

Anche, ma non solo. Quello che è avvenuto il 15 ottobre dimostra (di nuovo) che la violenza non solo è da rifiutare per una ovvia questione etica, ma è anche controproducente per i movimenti e per chi tende verso un’ipotesi reale di cambiamento radicale. Ma non solo per le minacciate reazioni repressive: anche perché con la scelta della violenza si finisce per declinare e rinchiudere la protesta nel nichilismo, nel “sono tutti uguali quindi tanto vale spaccare le vetrine”. Un’opzione del tutto sterile a cui tuttavia ha contribuito non poco l’incapacità di parte della sinistra (Pd in testa) nel definire un modello di società diverso dal turbocapitalismo finanziario. Se il Pd un giorno insegue Profumo e il giorno dopo Casini, un giorno Scajola e un altro Maroni,  il messaggio che trasmette è semplicemente che vuole tornare al potere, a qualsiasi costo, e non che vuole cambiare profondamente questa società. 

Tu parlavi di disobbedienza civile in relazione alla norma ammazza-blog del ddl intercettazioni, che sembra essere stata messa da parte. E’ un buon segnale?

Vedremo se davvero non toccheranno il Web, la legge è ancora in discussione. Più in generale, però, tutto quel disegno di legge è inaccettabile, perché limita la libertà di essere informati. Sarebbe inaccettabile anche in una condizione di democrazia rappresentativa sana, reale, ma lo è ancora di più se si pensa che la norma sarebbe imposta da una maggioranza parlamentare che è tale solo a seguito di corruzione.

La libera informazione in rete è precondizione per la disobbedienza civile (pacifica). Eppure ecco alcune delle recenti news che passano dal web: #vascomerda, #outinglist #tunnelgelmini. Un percorso iniziato con Spider Truman, che vendeva scoop sulla casta che non sono mai arrivati. C’è un disegno in questo percorso?

La Rete è un territorio estremamente vasto, quindi ci sta benissimo che si litighi su Vasco o Inter-Napoli. Però all’interno di questo vasto territorio digitale c’è anche una regione in cui vive e cresce sia l’informazione non allineata sia (soprattutto) la critica politica. Che contribuisce ad allontanare il consenso dal tycoon televisivo, e per questo viene messa la mordacchia. Senza dire che la crescita della rete sottrae investimenti pubblicitari alla tv, quindi soprattutto a Mediaset, e anche questo spiega l’aggressività di questa maggioranza verso la Rete. Aggressività che non si concretizza solo nella minacciata norma ammazza-blog ma in tanti altri tentativi di legiferare in modo repressivo: come  nel nuovo regolamento Agcom che con la scusa del copyright punta a desertificare i contenuti dal basso.

Cosa possiamo fare per riprenderci l’informazione in rete?

Non parlerei di “riprenderci l’informazione in rete”, parlerei dell’urgenza di una grande battaglia civile, culturale e politica che – passando attraverso la rete ma anche fuori da essa – punti ad abbattere il muro claustrofobico eretto da una classe dirigente che pur essendo ormai fuori dal mondo, qui nel giardinetto comanda tanto in politica quanto nella maggior parte dell’economia e dei media. Lo sviluppo della libera rete può essere solo una conseguenza positiva (tra le tante) dell’abbattimento di quel muro.

Dalla rete alla piazza: quest’autunno caldo è stato frammentato in mille eventi di mille e più sigle in competizione fra loro. C’è modo, e necessità, di andare oltre queste frammentazioni?

Hai visto “Brian di Nazareth”? La scena in cui i ribelli ebrei litigano all’infinito tra loro su come cacciare i Romani dalla Palestina? Ecco, i movimenti italiani sono un po’ così. Comunque, aldilà dei movimenti organizzati (o disorganizzati…) quando lo iato tra l’establishment e il mondo fuori si trasforma in un abisso, diventa difficile che una società – qualsiasi società – proceda senza scossoni.


di Michele Azzu
(21 ottobre 2011)

LINK CONSIGLIATI:

Oltre Vasco e Spider Truman, riprendiamoci la notizia (4 ottobre 2011)

Italian revolution, una riflessione dalla blogosfera (30 settembre 2011)

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  • Emanuele
  • daniele vd.

    ma sarà caro Sig. Alessandro , spero che il percorso gandhiano come dici tu sia il più prolifico dal punto di vista “rivoluzionario”..ma …l’india di gandhi e il movimento da lui stesso creato , con le sue filosofie postivie di resistenza passiva e pacifica-ista è passato oramai da 60 e piu anni…..Per farla breve , io credo che le filosofie marxiane e leniniste siano piu appropriate odiernamente per affrontare la questione di un cambiamento rivoluzionario delle cose presenti, Perciò credo che il metodo gandhiano è superato come mezzo per raggiungere il fine del cambiamento radicale delel cose stesse..
    Caro alessandro , il capitalismo sta agonizzando ed è gia “accomodato” nella bara , ma nel suo rigor-mortis si fa “zombie” di se stesso e tenta di re-imprigionare con la complicità di una classe politica super corrotta e non assolutamente rappresentativa delle masse popolari e dei giovani e vuole perciò re-imprigionare le masse se non seppellire con assoluta violenza le stesse masse nel suo stesso loculo mortis.
    Insoma caro alessandro , il capitalismo ed i suoi accoliti useranno tutti i mezzi coercitivi ed infamamente violenti…(vedasi situazione attuale precariato e disoccupazione..etc..etc..che è forma di violenza indiretta ma pur sempre violenza).
    anche se la violenza puo esser propedeutica alla violenza stessa e via discorrendo…credo che le giovani generazioni sopratutto non abbiano attualmente altre strade pacifiche gandhiane come Lei vorrebbe filosofeggiare.
    Se poi Lei signor alessandro , è assolutissimamente convinto che la ragione gandhiana sia la piu percorrribilie attualmente…beh se ne facci carico..cioè vadi alle assemblee dei precari ..degli studenti…degli opeai della FIAT ( e non solo ) vadi ..parli..spieghi la sua filosofia..si faccia intendere..si affacci davvero nel movimento, nei cittadini , si faccia cittadino attivo e non solo virtuale poiche tramite web..anche se utilissimo , sono buoni tutti a filosofeggiare e farsi paladini della non violenza…bisogna stare fra le masse ed i cittadini per capire realmente i loro bisogni e non nei salotti virtuali e televisivi…dia retta venga..esca dal guscio e dal giogo dirompente dei media anche Lei.
    con rispetto un saluto cordiale.
    daniele vd.

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