Alcoa chiude: 1000 sardi perdono il lavoro

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“Il lavoro che il governo ha svolto è stato di carattere eccezionale per impegno e per gli strumenti adottati, ci consente di guardare avanti riguardo il futuro di Alcoa in Italia. Il lavoro continuerà assieme a lavoratori e azienda, da domani, e le trattative proseguiranno con la vigilanza del ministero che presiedo.” – Claudio Scajola, Ministro dello Sviluppo Economico, 25 febbraio 2010.

Alcoa Portovesme

Sono trascorsi due anni e mi chiedo come mai l’azienda non abbia chiuso prima. Tenersi un’impresa straniera entro i confini italiani e nel sud del Paese non è certo facile, soprattutto quando i politici lavorano per rattoppare e raccogliere consenso nel breve periodo. Quando riandremo alle elezioni mi piacerebbe che le persone decidessero di non votare il centro destra non tanto per gli scandali del premier e dei suoi ministri, tanto si sa, gli italiani hanno la memoria corta e in fondo non si sono mai davvero scandalizzati. Ma per come hanno distrutto l’economia di una nazione, per come hanno affossato le vite di intere regioni, per come hanno cancellato il futuro dei giovani e dato l’estrema unzione a territori già stremati come il Sulcis.

L’Alcoa è stata la mia primissima fabbrica. Avevo 23 anni e tanta voglia di vedere come era fatto uno stabilimento industriale che produce alluminio, da dentro. Assieme a un amico siamo andati in trasferta quando ci fu l’occupazione della fabbrica, cercai di commuovere un operaio fingendomi disperata, come se quel servizio giornalistico fosse di estrema importanza per la mia carriera (quale carriera? Non lo so… ai tempi credevo ancora che fosse possibile fare la giornalista senza parenti giornalisti ). Arrivammo alle 18:00 e ricordo perfettamente il freddo e il buio squarciato da qualche faro simile agli altissimi lampioni da campo di concentramento o da carcere di massima sicurezza. Mi chiesi come si potesse lottare per mantenersi un lavoro in un luogo così lugubre. Per arrivare fino alla sala riunione dove era allestito il presidio ci diede un passaggio in auto una signora che da 20 anni faceva la ragioniera in quegli uffici. Mentre ci raccontava la sua storia la scoprimmo commuoversi perché sotto quei lampioni si era svolta gran parte della sua vita, brutta o bella che fosse, con quello stipendio ci aveva cresciuto i suoi figli. Scoprii una realtà che altrimenti non avrei mai incontrato vivendo in un ambiente impegnato da sempre nel terziario.

In quel periodo avevo i numeri degli operai sul telefonino, perché giornalmente seguivo la loro protesta e delle foto durante alcune manifestazioni a Cagliari. La loro vittoria, anche se parziale, perché il mantenimento di quei mille posti di lavoro più l’indotto era legata fatalmente a scelte energetiche nazionali da prendere nell’immediato futuro, fu una vittoria anche per chi con loro aveva una linea diretta giornaliera. Ai tempi la crisi sembrava un mostro che poteva essere sconfitto. C’era ancora un governo che diceva che l’Italia era solida, e un opposizione che prevedeva foschi scenari, ma che non fu capace di responsabilizzare un’opinione pubblica drogata di propaganda.

9 gennaio 2012, le feste sono finite e Alcoa chiude, perché non c’è scritto da nessuna parte che una società debba restare in un Paese come il nostro solo perché è brutto buttare nella strada centinaia di famiglie. Il capitalismo non è misericordioso, non si prende cura della vita della gente. Il mercato va dove conviene di più e l’Italia con i costi che la burocrazia, le tasse e l’energia scarica sulle imprese non è assolutamente un territorio su cui investire.

Mi manca lo Stato, mi sento una giovane completamente sola e apolide. Ci manca una guida perché in questi anni abbiamo sbagliato la scelta dei condottieri. Non ti salvano gli altri, l’italiano deve impararlo, dobbiamo salvarci da soli, dobbiamo spingerci più in là di uno sciopero, dobbiamo essere più statisti dei nostri politici. Se non vogliamo altre Alcoa dobbiamo pretendere una legge elettorale che permetta a ognuno di noi di votare chi ha il coraggio, una volta seduto in Parlamento, di fare quelle riforme che rendano il nostro apparato industriale appetibile agli stranieri e il nostro lavoro nuovamente dignitoso.

È il momento di prenderci le nostre responsabilità e diventare un paese normale.

di Claudia Sarritzu
(11 gennaio 2011)

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