La nuova era cinese del made in Italy

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La nuova era cinese della Ferretti Yachts | Foto: velablog.com

Nel 2011, sul finale d’anno la notizia era stata di quelle “forti”. La Ferretti Yachts una delle aziende più rappresentative del made in Italy (tra i suoi marchi annovera anche il noto Riva) era divenuta ufficilamente parte integrante della Shandong Heavy Industry-Weichai Group: la holding ha partecipazioni in diverse società, tra cui Caterpillar, nel settore dei motori, gruppi elettrogeni e sistemi di propulsione. Un debito di circa un miliardo di euro caratterizza l’azienda di Forlì: in parte da saldare (circa seicentomila euro), in parte in accollo a Mediobanca.

Nel luglio 2011, era stato siglato proprio con la Shig, in maniera non vincolante, un Memorandum of Understanding (MoU) per la costituzione di una joint venture, risoltosi poi in un nulla di fatto. A seguito di un recente accordo e con un investimento iniziale complessivo pari a 374 milioni di euro, la nuova proprietà ha acquisito il 75% delle quote Ferretti. Il 25% è finito, invece, in mano ai creditori, come Royal Bank of Scotland e Strategic Value Partners.

Al termine di questa fase, è previsto un aumento del capitale di 100 milioni di euro e una riduzione dell’indebitamento a un livello sostenibile pari a circa 120 milioni di euro. La multinazionale cinese ha reso noto di avere tra i suoi obiettivi “l’ulteriore espansione del Gruppo Ferretti nei mercati emergenti come quello asiatico, con particolare riferimento alla Greater China” considerata un’aerea strategica per la crescita futura. A ben vedere, è innegabile che l’Asia rappresenti un’ottima opportunità per sanare i conti: attualmente le aziende del lusso europee con i migliori fatturati sono proprio quelle radicate in Oriente. Nell’ambito nautico poi, più specificatamente nella produzione dei superyachts (con lunghezza superiore ai 24 metri, eccellenza della cantieristica italiana), la Cina ha registrato, nel quinquennio 2006/2011, un +4 negli ordini. L’Italia seppur ancora leader mondiale del comparto nel 2011 ha accusato una riduzione del 9% della quota mondiale (dati UCINA).

Dopo aver visto sfumare l’accordo estivo, nel novembre 2011, tramite i rappresentanti sindacali, i lavoratori avevano scritto chiedendo un incontro al ministro per lo Sviluppo economico, delle Infrastrutture e Trasporti, Corrado Passera. “Nei mesi di settembre e di ottobre l’azienda si è trovata con l’acqua alla gola, senza liquidità seppur con delle commesse in attesa” spiega Giovanni Giovanelli Segretario generale Filca-Cisl di Pesaro che garantisce i diritti di 2000 dipendenti sparsi in diverse regioni d’Italia. Anche ora che c’è stata la svolta, “la proposta rimane poiché c’è ancora il timore riguardo a una tenuta occupazionale garantita” precisa. “Tra alcuni lavoratori la paura di una delocalizzazione è reale — dice Carlo Valentini, magazziniere alla Ferretti di Mondolfo (Pu) — ma io vedo positivamente la novità. La Shig è la quarta realtà aziendale della Cina e una cultura imprenditoriale è quello che serve per ripartire. L’alternativa era la chiusura, ben vengano i compratori cinesi. Il nostro lavoro comunque è artigianale e particolare, non facile da ‘delocalizzare’. Sono, inoltre, fiducioso riguardo ai mercati dei Paesi emergenti.” Sulla stessa linea, Tan Xuguang presidente di Shig che parla di risultati da raggiungere nel settore degli yachts entro il prossimo quinquennio.

Le commesse ci sono già, come conferma anche Valentini, ma finora nulla è stato ultimato a causa della mancanza di materiale. “Visti i ritardi, si tratterà di terminare il lavoro di un intero anno nautico in quattro o cinque mesi ma non ci spaventa, siamo pronti” aggiunge il magazziniere che ci tiene a sottolineare come, in un periodo in cui i contrasti tra dirigenti e dipendenti sono all’ordine del giorno, i precedenti vertici dell’azienda si siano attivati richiedendo, a monte, alla leadership cinese quelle garanzie di stampo occupazionale che turbano ancora i sonni di alcuni lavoratori.

di Silvia Ilari | @Silvia_Ilari
(6 febbraio 2012)

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