Archive for giugno, 2012

Riforma Fornero: ideologia, diritti, privilegi

giovedì, giugno 28th, 2012

Il Rag. Fantozzi crocifisso in sala mensa

LEGGI QUI LA SCHEDA SULLA RIFORMA DEL LAVORO!

“Verso il 19esimo piano ebbe una mostruosa allucinazione punitiva: crocifisso in sala mensa”. Questo succedeva al Rag. Fantozzi negli anni ’70, e non ho potuto fare a meno di pensarci leggendo le parole del ministro Fornero al Wall Street Journal. “Il lavoro non è un diritto, e va conquistato anche attraverso il sacrificio”.

Questo non è un governo di tecnici, è un governo di Dei che ci guardano – e intervengono sulle nostre vite – con paternalismo dall’Olimpo. Ora penserete: voi dell’Isola siete ideologici. Comunisti e ancorati al passato, come la Cgil. Chi ci segue da tempo sa che la nostra protesta non è mai stata ‘tradizionale’ e che non abbiamo alcuna tessera, cerchiamo di interpretare quello che conosciamo in prima persona. Vogliamo farlo attraverso alcune parole chiave e alcuni dati.

Diritto e sacrificio 

Per una volta mi piacerebbe avere un ministro del lavoro che si occupa dei lavoratori. Che capisce quello che succede alle persone quando si trovano in cassa integrazione, disoccupati o in mobilità. Non per carità cristiana: perché penso dovrebbe essere il mestiere di ministro. E l’idea che un diritto debba essere conquistato col sacrificio mi spaventa. Chi è in grado di giudicare chi si è sacrificato e chi no? In questo contesto si finisce per giustificare ogni cosa, in una dimensione di lotta per la sopravvivenza (homo homini lupus) che poco ha a che vedere con la sfera del diritto. E con quella di una riforma. A me, sinceramente, bastava ed avanzava il Vaticano.

Ideologia

Quante parole si sono spese sul richiamo all’ideologia, perfino il deputato del Pd Sarubbi scrive che “Il tasso di ideologia nell’aria rende ogni ragionamento pressoché inutile“. La verità è che i lavoratori sono molto più disillusi e meno ideologizzati dei ministri, oggi. Trovo molta ideologia – cieca, spietata come vuole il termine – nella visione del mondo della Fornero. Liberista, ultraliberista, americana, fate voi. Sicuramente di destra. Insomma: i lavoratori devono smetterla di usufruire di tutte quelle tutele ormai superate, che permettono loro in caso di crisi dell’azienda di non venire licenziati. Di avere un adeguato compenso, di poter usufruire di ammortizzatori sociali negli anni che occorrono all’azienda per riqualificarsi. Lavoratori spesso considerati fannulloni, ammanicati, parenti ed amici.

Io so che questa visione dell’Italia non è reale, e non perché sono ideologizzato, ripeto, ma perché da due anni giro per le fabbriche (e non solo). Il distacco in cui vive questo governo non permette di capire che parliamo di persone con problemi enormi, con famiglie, con dei sentimenti, con delle vite che uno vorrebbe vivere in maniera più o meno tranquilla, pur nella concorrenza del post non-fisso. L’ha scritto meglio di noi Alessandro Gilioli, chiamando questa visione psicodarwinismo sociale“Il successo individuale ben venga, per carità, ma è quasi sempre il frutto di molte diverse concause, e solo Dio sa quanto conta la bravura e quanto la fortuna nei destini di quelli che ‘ce la fanno’ e di quelli che invece rimangono ’sfigati’. Tanto più in un contesto come  l’Italia, dove il familismo e il clientelismo rendono spesso il successo frutto di parentele e di relazioni più che di tenacia e capacità“. E la Fornero ne ha un esempio lampante sotto gli occhi.  (continua…)

Giornalista Maxim: “Un anno di articoli mai pagati”

lunedì, giugno 25th, 2012

PUNTATE PRECEDENTI…

I peccati di Maxim…

Due mesi fa abbiamo pubblicato la storia di Alberto Puliafito, giornalista freelance a cui la rivista Maxim Italia deve pagare un reportage da oltre un anno.

Il caso mette in luce l’ambigua posizione della casa editrice, e il nuovo direttore di Maxim Italia dimostra in quell’occasione di non essere all’altezza di un dialogo trasparente. Menzogne, confusione e arroganza marcano la (cattiva) strategia di comunicazione della rivista. Maxim Italia sostiene fino all’ultimo la tesi di un silenzioso fallimento avvenuto nel novembre 2011, sottolineando che il nuovo editore (Editoriale Mode srl) non è responsabile dei debiti contratti dal vecchio editore (Maxim srl).

Ma la storia del fallimento è fumosa e per certi versi contradditoria. Questo spinge Arianna Ciccone, fondatrice del Festival Internazionale del Giornalismo di Perugia, a indagare la fantomatica cessione della rivista da Maxim srl a Editoriale Mode srl. Cessione che non è mai avvenuta, come rivela Arianna in un articolo dettagliato che vi consigliamo di leggere.

Cosa nasconde Maxim Italia? Quanti giornalisti freelance sono stati derubati del loro lavoro negli ultimi anni? Siamo davanti a una truffa?

Nel video che potete vedere sopra il presidente del FNSI Roberto Natale assume l’impegno con L’isola dei cassintegrati di verificare il caso dei giornalisti non pagati da Maxim Italia. Presto riceverà tutto il materiale di cui siamo in possesso.

NUOVA TESTIMONIANZA: “UN ANNO DI ARTICOLI MAI PAGATI!”

In questi mesi abbiamo raccolto diverse testimonianze di giornalisti truffati da Maxim Italia. Alcuni di loro preferiscono restare anonimi per via delle ripercussioni a cui è costantemente esposto chi lavora in questo settore. Quella che vi raccontiamo oggi è la storia di Anna (nome di fantasia) a cui Maxim Italia deve circa un anno di articoli non pagati.

“Ho cominciato a scrivere una rubrica mensile per Maxim Italia nel gennaio 2008. Il caporedattore con il quale avevo contatti era Paolo Giovanazzi, il direttore Gaetano Amici, e a fine 2009 Carlo Croci. I pagamenti venivano effettuati da Christian Canino, poi sparito dalla circolazione. (continua…)

Morti sul lavoro, le cifre vere

domenica, giugno 24th, 2012

Morti bianche

«Non chiamatele morti bianche», dice Marco Bazzoni, operaio metalmeccanico di Firenze, riferendosi alle morti sul lavoro. «Fa pensare che non ci siano colpevoli, che sia una cosa pulita, e non è mai così». Marco, come Carlo Soricelli che ha creato l’Osservatorio Indipendente morti sul lavoro, ha lottato tutta la vita per la sicurezza sul lavoro. Entrambi, fino a un mese fa, erano considerati due teste calde. Due persone che insistevano sui numeri delle morti, mentre i dati ufficiali Inail dicono una cosa diversa: le morti sono in diminuzione, anno dopo anno.

Il 20 maggio è cambiato tutto: da quella domenica mattina in cui il terremoto ha fatto crollare i capannoni in Emilia uccidendo quattro operai. A giugno le morti sul lavoro sono già 45, e tra l’otto e l’undici del mese sono morte 17 persone in quattro giorni. L’allarme scatta in tutta Italia: il 15 giugno un’interrogazione in regione Abruzzo, a Brescia il primato italiano con 10 decessi dall’inizio dell’anno. La Cgil di Alessandria lancia l’allarme per nove morti nel 2012 nella sola provincia, mentre a Salerno la Cisl segnala tre morti in otto giorni. Nel Lazio i morti sono 12, e la regione propone una legge per la sicurezza sui cantieri. In Puglia, invece, il direttore regionale dell’Inail spiega che il calo dei decessi va letto alla luce della diminuzione della forza lavoro.

Continua a leggere l’inchiesta sul sito de L’Espresso…

di Michele Azzu @micheleazzu

Islanda: le banche, i referendum e il mito del default

venerdì, giugno 15th, 2012

- Aggiornato 2013 -

Non voglio elencare i tanti miti che girano attorno all’Islanda (vi consiglio a questo proposito la lettura dei due post pubblicati da Mazzetta e Valigia Blu), però dato che la maggior parte delle informazioni in italiano sull’argomento sono incomplete (se non false) ho voluto cimentarmi in questa titanica impresa di ricostruzione della realtà. Il post è molto lungo e ricco di link per coloro che volessero approfondire ogni dettaglio, ma è anche diviso in capitoli per i più ‘frettolosi’.

Buona lettura!

I soldi del Fondo Monetario Internazionale

Sì, il prestito da parte del FMI c’è stato, attraverso l’applicazione di un programma di salvataggio chiamato “Stand-By Arrangement“.

In seguito al crollo del proprio sistema finanziario, nel novembre del 2008, l’Islanda accettò i soldi del fondo monetario (come pubblica il Wall Street Journal) e da allora non si è mai rifiutata di restituirli: è stata soggetta al pagamento del debito durante gli ultimi tre anni ed è riuscita a saldarlo nove mesi prima della scadenza prevista. Tanto che il FMI usa questa operazione di salvataggio come caso esemplare.

E qui non si sta difendendo il Fondo Monetario Internazionale (!), ma la realtà dei fatti.

Quali banche sono fallite?

Le uniche tre banche del paese, tutte e tre private, collassarono agli inizi della crisi finanziaria una dietro l’altra, nel giro di una settimana. Si tratta della Landsbanki, della Glitnir e della Kaupthing. Stesso destino per le casse di risparmio nel 2009.

La disputa referendaria (di cui tanto si parla quando si racconta la favoletta secondo la quale “gli islandesi si sono rifiutati di pagare il debito”) riguarda unicamente il debito privato estero creato da Icesave, un fondo di risparmio della Landsbanki destinato a clienti inglesi e olandesi, che offriva i tassi d’interesse più alti d’Europa e funzionava come una banca online (funzionamento simile al Conto Arancio dell’olandese ING, per intenderci).

La disputa con Regno Unito e Olanda

Nel 2001 il sistema bancario islandese viene deregolamentato e nel 2003 è totalmente privatizzato. Questo permette alle banche di gonfiarsi a base di speculazione finanziaria durante quasi una decada, creando una bolla economica destinata a esplodere nel 2008 (a coloro che capiscono bene lo spagnolo consiglio la visione di questa puntata del programma Salvados).

Nell’ottobre del 2008 la banca più grande del paese, la Landsbanki (che dal 1998 al 2003 era stata totalmente privatizzata) viene commissariata dall’autority finanziaria nazionale e messa in stato di liquidazione coatta amministrativa (idem per Glitnir e Kaupthing). In una parola: il sistema bancario viene nazionalizzato. Tutti gli investimenti dei privati vanno in fumo, però il Governo decide di garantire i conti correnti nazionali (i risparmi degli islandesi) e chiede ai cittadini di non prelevare soldi, affinché questo sistema potesse funzionare. I cittadini si fidano. Il sistema funziona.

Come risultato di questa azione però 400.000 depositi di clienti inglesi e olandesi vengono congelati e resi inaccessibili per quasi due mesi, fino a quando Regno Unito e Olanda decidono (per evitare il panico finanziario e un possibile contagio della crisi) di garantire quei risparmi attingendo dai propri depositi nazionali. (continua…)