FIAT, Mirafiori ieri e oggi

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La produzione della 500 a Mirafiori

Questo è un paese spaccato, sempre più. C’è un abisso fra politica e cittadinanza, eletti ed elettori, industriali che emigrano e operai che non sanno restare. Come Marchionne e gli operai Fiat.

Pochi mesi fa presentavamo il libro Asinara Revolution a Torino, e di ritorno Matteo della Wagon Lits indica fuori dal finestrino: “Guarda, questa è Mirafiori”. Una distesa di furgoni e auto Fiat invendute, fuori dalla fabbrica. Poi dall’altro lato: “E quelle son le case degli operai, le aveva fatte fare Agnelli”. Palazzi popolari di chi lavorava. Le cose sono cambiate. Nello stabilimento di Melfi si lavora in condizioni allucinanti. La Fiom viene cacciata dalle fabbriche. E nel fiore all’occhiello Mirafiori ora gli operai entreranno in cassa integrazione.

Nel frattempo Fiat lancia una campagna: se compri una loro auto per tre anni paghi la benzina un euro, e tutti a dare la notizia facendo risparmiare milioni all’azienda in pubblicità. Mirafiori ieri e Mirafiori oggi: da una parte la benzina a un euro, dall’altra gli operai in cassa integrazione. Sotto la lettera all’Isola dagli operai di Mirafiori:

“La cassa integrazione di cui si parla in questi giorni riguarda tutti i 5400 dipendenti degli Enti Centrali di Mirafiori, in stragrande maggioranza quadri e impiegati: non è la prima volta che la cassa sfiora anche la “testa” della Fiat, ma non era mai successo che la fermata – di 8 giorni – in sè modesta rispetto a situazioni ben più drammatiche, coinvolgesse l’intera realtà organico.

Questi lavoratori non avevano partecipato al referendum svoltosi all’inizio dello scorso anno, che ha riguardato i soli addetti della Carrozzeria: c’è da dire che questi impiegati, molto più di quello che succede in altre aziende, rappresentano per la Fiat un tradizionale bacino di consenso. È altresì vero che dal loro angolo di visuale vedono più di altri come l’Italia sia sempre più residuale nelle strategie aziendali: investimenti che slittano nel tempo, progetti che vengono bloccati, attività che migrano dall’altra parte dell’oceano.

Certo: la piega che ha preso il piano Fabbrica Italia declinato due anni fa da Sergio Marchionne dà ulteriore significato al giudizio espresso fin dall’inizio dalla Fiom nei confronti di un progetto teso ad eliminare, insieme alla Fiom, il conflitto stesso dagli stabilimenti Fiat, per avere mano libera da parte dell’azienda nella prestazione di lavoro. Tanto più che il modello tende ad estendersi anche fuori dalla Fiat, con la complicità di sindacati che non capiscono che questa logica avvantaggia solo l’aziendalismo. O lo capiscono benissimo e si adattano.

Resta il fatto che la Fiat sta cercando di imporre un modello sociale autoritario che non può che contemplare una rappresentanza dei lavoratori non pienamente democratica, in “libertà vigilata” si potrebbe dire: è sconcertante come di ciò la politica sia scarsamente consapevole, oppure consideri questo stato di cose quasi ineluttabile.

Per questo insistiamo nel contrastare tale disegno, pur nelle difficoltà della crisi, con tutti gli strumenti a nostra disposizione, consapevoli che la partita è ancora aperta, se non altro perchè la questione del consenso in Fiat non è tutt’ora risolta, e le stesse cause in tribunale dall’esito altalenante potrebbero ad un certo punto approdare alla Corte Costituzionale: anche perchè in definitiva la vicende parte dalla Fiat ma tocca un punto di fondo dei principi che regolano il nostro ordinameto: la libertà sindacale dentro i luoghi di lavoro. O c’è o non c’è”.

Federico Bellono (segretario provinciale Fiom Torino)

di Michele Azzu | @micheleazzu
(2 giugno 2012)

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