Islanda: le banche, i referendum e il mito del default economico

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– Aggiornato 2013 –

Non voglio elencare i tanti miti che girano attorno all’Islanda (vi consiglio a questo proposito la lettura dei due post pubblicati da Mazzetta e Valigia Blu), però dato che la maggior parte delle informazioni in italiano sull’argomento sono incomplete (se non false) ho voluto cimentarmi in questa impresa di ricostruzione della realtà. Il post è molto lungo e ricco di link per coloro che volessero approfondire ogni dettaglio, ma è anche diviso in capitoli per i più ‘frettolosi’.

I soldi del Fondo Monetario Internazionale

Sì, il prestito da parte del FMI c’è stato, attraverso l’applicazione di un programma di salvataggio chiamato “Stand-By Arrangement“.

In seguito al crollo del proprio sistema finanziario, nel novembre del 2008, l’Islanda accettò i soldi del fondo monetario (come pubblica il Wall Street Journal) e da allora non si è mai rifiutata di restituirli: è stata soggetta al pagamento del debito durante gli ultimi tre anni ed è riuscita a saldarlo nove mesi prima della scadenza prevista. Tanto che il FMI usa questa operazione di salvataggio come caso esemplare.

E qui non si sta difendendo il Fondo Monetario Internazionale (!), ma la realtà dei fatti.

Quali banche sono fallite?

Le uniche tre banche del paese, tutte e tre private, collassarono agli inizi della crisi finanziaria una dietro l’altra, nel giro di una settimana. Si tratta della Landsbanki, della Glitnir e della Kaupthing. Stesso destino per le casse di risparmio nel 2009.

La disputa referendaria (di cui tanto si parla quando si racconta la favoletta secondo la quale “gli islandesi si sono rifiutati di pagare il debito”) riguarda unicamente il debito privato estero creato da Icesave, un fondo di risparmio della Landsbanki destinato a clienti inglesi e olandesi, che offriva i tassi d’interesse più alti d’Europa e funzionava come una banca online (funzionamento simile al Conto Arancio dell’olandese ING, per intenderci).

La disputa con Regno Unito e Olanda

Nel 2001 il sistema bancario islandese viene deregolamentato e nel 2003 è totalmente privatizzato. Questo permette alle banche di gonfiarsi a base di speculazione finanziaria durante quasi una decada, creando una bolla economica destinata a esplodere nel 2008 (a coloro che capiscono bene lo spagnolo consiglio la visione di questa puntata del programma Salvados).

Nell’ottobre del 2008 la banca più grande del paese, la Landsbanki (che dal 1998 al 2003 era stata totalmente privatizzata) viene commissariata dall’autority finanziaria nazionale e messa in stato di liquidazione coatta amministrativa (idem per Glitnir e Kaupthing). In una parola: il sistema bancario viene nazionalizzato. Tutti gli investimenti dei privati vanno in fumo, però il Governo decide di garantire i conti correnti nazionali (i risparmi degli islandesi) e chiede ai cittadini di non prelevare soldi, affinché questo sistema potesse funzionare. I cittadini si fidano. Il sistema funziona.

Come risultato di questa azione però 400.000 depositi di clienti inglesi e olandesi vengono congelati e resi inaccessibili per quasi due mesi, fino a quando Regno Unito e Olanda decidono (per evitare il panico finanziario e un possibile contagio della crisi) di garantire quei risparmi attingendo dai propri depositi nazionali.

Il nocciolo della questione, quindi, è che i fallimenti delle banche islandesi hanno danneggiato i correntisti esteri e non quelli locali. Da questa discriminazione nasce la disputa internazionale. Riassumendo: Regno Unito e Olanda garantiscono con i propri soldi i risparmi dei rispettivi creditori di Icesave; quindi pretendono che Islanda si faccia carico di questo debito a livello statale, trasformandolo cioè in debito pubblico. Il Regno Unito, il più colpito dal crollo di Icesave, non si limita alla diplomazia internazionale ma ricorre addirittura alla normativa antiterrorismo.

Le proteste e i 2 referendum

A novembre (2008), in una Reykjavík congelata dal freddo e dalla sfiducia, una ventina di persone (dai 30 ai 50 anni) iniziano a radunarsi tutti i sabati alle 15:00 per protestare contro il Governo. Ma la vera indignazione – per usare un termine ormai abusato, ma sempre amato – arriva nel gennaio 2009, quando inizia l’attività parlamentare. Centinaia, migliaia di persone si radunano davanti al Parlamento per tirare uova, gridare slogan e protestare a oltranza giorno e notte. Qualcosa di simile a quello che succederà poi in Spagna, con il Movimiento 15M, o a New York, con Occupy Wall Street, con la grandissima differenza che la protesta islandese formula 5 richieste concrete:

  • Dimissioni del Governo
  • Dimissioni del Direttore del Banco Centrale
  • Dimissioni del Direttore dell’autority finanziaria nazionale (FME)
  • Elezioni generali
  • Riforma Costituzionale

Il 23 gennaio, dopo neanche un mese di protesta, il Governo si dimette, con le conseguenti elezioni generali. Arriveranno, più in là, le altre due dimissioni chieste a gran voce dai manifestanti e la Riforma Costituzionale ‘scritta dai cittadini‘.

Ma torniamo alla disputa con Regno Unito e Olanda: i referendum per risolvere la disputa Icesave sono due.

Il primo referendum (6 marzo 2010), chiesto dai cittadini con 60.000 firme, lo vincono i NO, con oltre il 90% (contrari ad usare il denaro pubblico per pagare il debito privato estero della Icesave).

In seguito a questo risultato vengono rinegoziate le condizioni e, nonostante il referendum, il Parlamento stabilisce che Islanda pagherà il debito contratto dalla Icesave nel periodo compreso tra il 2019 e il 2046, con un’interesse del 5,5%. Il Presidente rifiuta di firmare quanto deciso dal parlamento e, dando retta alle petizioni cittadine, convoca lui stesso un nuovo referendum.

Il secondo referendum (9 aprile 2011) si conclude anch’esso con la vittoria dei NO (seppure con una percentuale più bassa). Regno Unito e Olanda minacciano di rivolgersi al Tribunale dell’Associazione Europea di Libero Scambio: la EFTA Court.

Entra in gioco EFTA Surveillance Authority

Il Governo islandese risponde alle pressioni scartando l’ipotesi di un terzo referendum e dichiara ufficialmente che quella espressa dalla cittadinanza è la decisione definitiva.

Intanto la EFTA Surveillance Authority (l’autority di sorveglianza della EFTA) in seguito ai risultati del secondo referendum, scrive un comunicato rivolto al Governo islandese dove sostanzialmente chiede spiegazioni e da una sorta di ultimatum prima di portare il caso alla EFTA Court (Qui potete leggere il comunicato integrale)

L’epilogo nei tribunali…

Il 2 maggio 2011 il Ministro dell’Economia islandese risponde alla EFTA Surveillance Authority dicendo che il Governo ritiene di essere dalla parte del giusto e chiede all’autority di chiudere il caso senza ulteriori azioni.

Il 10 giugno 2011, dopo aver esaminato la risposta ricevuta, l’Authority intima al Governo islandese il pagamento di tutto il debito, e gli da 3 mesi di tempo per decidere (Qui potete leggere il comunicato integrale). Il giorno stesso il Ministro dell’Economia porta il caso in Parlamento. E prima che possano passare 24 ore, il Parlamento conferma all’autority che rispetterà quanto espresso dal referendum.

Nel frattempo (come potete leggere qui e qui) la Banca Nazionale Islandese sta provvedendo a pagare il debito Icesave, attraverso la vendita degli asset che furono congelati durante fallimento della Landsbanki. Seguendo la normale procedura che seguirebbe un’impresa fallita che deve liquidare i propri creditori.

Il 14 dicembre 2011 l’autority europea si rivolge ufficialmente al tribunale di competenza: EFTA Court. Nel comunicato ufficiale possiamo leggere che “il Governo islandese deve garantire un indennizzo di tutti i depositanti alle condizioni prescritte dalla direttiva di garanzia senza discriminazioni” (si riferisce alla discriminazione di cui abbiamo parlato prima: i correntisti locali sono stati garantiti, mentre i correntisti stranieri no). E conclude confermando che il caso verrà portato davanti alla EFTA Court. Se la EFTA Court ritiene che vi sia una violazione, l’Islanda sarà tenuta a conformarsi a detta sentenza (il comunicato integrale è disponibile qui).

Per semplificare, l’Islanda è attualmente “sotto processo” e il prossimo appuntamento in tribunale, per chi volesse seguire il caso, è fissato per il 18 settembre 2012.

La sentenza dell’EFTA assolve l’Islanda (aggiornamento)

Scrive Mario Seminerio nel suo blog, il 28 gennaio 2013: “La corte dell’EFTA (Associazione Europea di Libero Scambio) ha sentenziato questa mattina che l’Islanda non ha violato la direttiva comunitaria di garanzia sui depositi, e che non ha discriminato tra protezione di propri depositanti e quelli olandesi e britannici, clienti della banca Icesave, controllata dalla islandese Landsbanki.”

Potete leggere il post completo sul blog Phastidio.net.

Conclusione e considerazioni personali

Questo post riporta solo alcuni passaggi della crisi e della ricostruzione economica e sociale del paese. So che per molti questo è un tema caldo, e che qualcuno si ‘indignerà’ per non aver letto del tanto sventolato “default economico” (un fatto che semplicemente non è mai accaduto, mi dispiace) quindi ci tengo a concludere con due considerazioni.

1 – La definizione di “default economico controllato, come in Islanda” nasce dal tentativo di semplificare e raccontare i fatti. In realtà, il ‘default’ non c’è stato perché l’Islanda ha accettato l’intervento del FMI e, fortunatamente, è andata bene. Inoltre non è vero che “l’Islanda si è rifiutata di pagare il debito”. L’Islanda il debito lasciato dalla crisi l’ha pagato e continua a pagarlo ancora oggi, però, tramite due referendum ha stabilito che non avrebbe risarcito con denaro pubblico i correntisti stranieri di una banca privata. Vogliamo chiamarlo “default controllato, come in Islanda”? Va bene, d’accordo, però potremmo chiamarlo anche “cheesburger con patate”, e avrebbe la stessa dignità semantica. Le parole sono importanti, così come il rispetto per la realtà. Noi (italiani) dovremmo imparare a confrontarci con i nostri problemi senza il bisogno incessante di inventare parabole di salvezza al sapor di fiaba.

2 – Voglio ricordare che in Islanda vivono circa la metà delle persone che vivono nel centro di una città come Madrid, questo dovrebbe aiutarci a capire che non esiste un ‘metodo islandese’ applicabile ad altre realtà. E la “rivoluzione islandese”?  Io penso che la vera rivoluzione sia stata avere dei politici onesti, nel posto giusto e al momento giusto, che hanno saputo portare avanti gli interessi della cittadinanza fomentando la partecipazione delle persone a scelte decisive per il paese. Da questo punto di vista sì, tutto questo per me ha un sapore rivoluzionario: quello della rivendicazione, quello del cambiamento, quello della giustizia.

Quello di una Democrazia sana.

di Marco Nurra | @marconurra
(Aggiornato il 28 gennaio 2013 con la sentenza della corte EFTA)

(Ringrazio il blogger economico Bimbo Alieno per il fact-checking)

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