Riforma Fornero: ideologia, diritti, privilegi

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Il Rag. Fantozzi crocifisso in sala mensa

LEGGI QUI LA SCHEDA SULLA RIFORMA DEL LAVORO!

“Verso il 19esimo piano ebbe una mostruosa allucinazione punitiva: crocifisso in sala mensa”. Questo succedeva al Rag. Fantozzi negli anni ’70, e non ho potuto fare a meno di pensarci leggendo le parole del ministro Fornero al Wall Street Journal. “Il lavoro non è un diritto, e va conquistato anche attraverso il sacrificio”.

Questo non è un governo di tecnici, è un governo di Dei che ci guardano – e intervengono sulle nostre vite – con paternalismo dall’Olimpo. Ora penserete: voi dell’Isola siete ideologici. Comunisti e ancorati al passato, come la Cgil. Chi ci segue da tempo sa che la nostra protesta non è mai stata ‘tradizionale’ e che non abbiamo alcuna tessera, cerchiamo di interpretare quello che conosciamo in prima persona. Vogliamo farlo attraverso alcune parole chiave e alcuni dati.

Diritto e sacrificio 

Per una volta mi piacerebbe avere un ministro del lavoro che si occupa dei lavoratori. Che capisce quello che succede alle persone quando si trovano in cassa integrazione, disoccupati o in mobilità. Non per carità cristiana: perché penso dovrebbe essere il mestiere di ministro. E l’idea che un diritto debba essere conquistato col sacrificio mi spaventa. Chi è in grado di giudicare chi si è sacrificato e chi no? In questo contesto si finisce per giustificare ogni cosa, in una dimensione di lotta per la sopravvivenza (homo homini lupus) che poco ha a che vedere con la sfera del diritto. E con quella di una riforma. A me, sinceramente, bastava ed avanzava il Vaticano.

Ideologia

Quante parole si sono spese sul richiamo all’ideologia, perfino il deputato del Pd Sarubbi scrive che “Il tasso di ideologia nell’aria rende ogni ragionamento pressoché inutile“. La verità è che i lavoratori sono molto più disillusi e meno ideologizzati dei ministri, oggi. Trovo molta ideologia – cieca, spietata come vuole il termine – nella visione del mondo della Fornero. Liberista, ultraliberista, americana, fate voi. Sicuramente di destra. Insomma: i lavoratori devono smetterla di usufruire di tutte quelle tutele ormai superate, che permettono loro in caso di crisi dell’azienda di non venire licenziati. Di avere un adeguato compenso, di poter usufruire di ammortizzatori sociali negli anni che occorrono all’azienda per riqualificarsi. Lavoratori spesso considerati fannulloni, ammanicati, parenti ed amici.

Io so che questa visione dell’Italia non è reale, e non perché sono ideologizzato, ripeto, ma perché da due anni giro per le fabbriche (e non solo). Il distacco in cui vive questo governo non permette di capire che parliamo di persone con problemi enormi, con famiglie, con dei sentimenti, con delle vite che uno vorrebbe vivere in maniera più o meno tranquilla, pur nella concorrenza del post non-fisso. L’ha scritto meglio di noi Alessandro Gilioli, chiamando questa visione psicodarwinismo sociale“Il successo individuale ben venga, per carità, ma è quasi sempre il frutto di molte diverse concause, e solo Dio sa quanto conta la bravura e quanto la fortuna nei destini di quelli che ‘ce la fanno’ e di quelli che invece rimangono ’sfigati’. Tanto più in un contesto come  l’Italia, dove il familismo e il clientelismo rendono spesso il successo frutto di parentele e di relazioni più che di tenacia e capacità“. E la Fornero ne ha un esempio lampante sotto gli occhi. 

Ingegneria genetica

Prendetela con ironia, ma più che psicodarwinismo sociale, ora, il preciso obiettivo della riforma sembra essere un gigantesco esperimento di ingegneria sociale. Dal WSJ, la Fornero parla di cambiare i comportamenti degli Italiani, e conclude: “L’Italia non è un luogo delimitato da regole. E’ un paese dove le persone manipolano il sistema, spingono un pò qua e un pò la, e si ritagliano modifiche su misura“. La riforma del lavoro, che inizialmente doveva servire a creare nuovi posti di lavoro, ora è invece diretta a modificare la natura (culturale o predisposta geneticamente?) dell’italiano medio. Così come dice il giurista del lavoro Marcello Giustiniani sempre al WSJ: “La nuova legge riduce l’incertezza giuridica sui licenziamenti e potrebbe incentivare i dipendenti a lavorare meglio“. O secondo Bruzzone, manager alla Fiera di Roma: “Quando i lavoratori sanno che la sicurezza del proprio posto dipende dalla salute dell’azienda, tutti quei comportamenti che sono stati tollerati diventano inaccettabili“.

Puttanate

Ci scusiamo per la volgarità, ma per onestà intellettuale non c’era parola migliore che questa. Se, come noi, questo governo si fosse degnato di prestare attenzione a quello che accade nel lavoro in questo paese, si sarebbe reso conto che le affermazioni sopra riportate costituiscono puttanate. Da Agile-Eutelia alla Vinyls, dalle condizioni di lavoro allucinanti degli stabilimenti Fiat, alla storia dell’Omsa, il volto della crisi non ha nulla a che fare con la non produttività dei nostri lavoratori. Parliamo di truffe, di manager fuggiti all’estero, di interessi particolari di ex (?) monopoli di stato, parliamo di operai serbi sfruttati per licenziare i nostri, parliamo di operai minacciati di morte. Lo ripetiamo:  questa non è ideologia, ci sono inchieste giornalistiche, intercettazioni telefoniche, processi in corso, e i casi che abbiamo nominato sono solo i più noti. Altri dati non ideologici: l’impennata di morti sul lavoro in Italia, anche su questo l’Europa ci chiede di intervenire aprendo una procedura d’infrazione contro l’Italia. Ora, a leggere le dichiarazioni al WSJ, mi rendo conto che la visione del lavoro in Italia non è reale. Gli imprenditori esteri non investono in Italia, e i licenziamenti facili non c’entrano per nulla. Ecco le motivazioni dell’americana Alcoa: “Mancanza di servizi e infrastrutture, costi alti dell’energia, assenza di un governo nazionale affidabile”. Le hanno lette al ministero?

Interverremo poi

Dice che modificheranno la legge, poi. In parlamento. Speriamo non finisca come per gli esodati.

Privilegi

Un punto forte della riforma è quindi levare di mezzo questi privilegi dei lavoratori dipendenti in Italia. Anni di ammortizzatori sociali concessi a perdere. Licenziamenti blindati. Per lavoratori fannulloni. Mi ripeto: un paese che subisce una procedura d’infrazione dall’UE per le morti sul lavoro non credo sia un paese che tutela il lavoro. Ma vorrei soffermarmi sul tema dei privilegi. Molto spesso ho ricevuto critiche e commenti ai miei post e status facebook sulla Fornero, in particolare sulla questione figlia della Fornero, figli dei ministri. Non voglio essere populista o anticasta, badate bene. Ma per me la reazione: “Il mio CV parla per me” non sta in piedi. Rispondere così non è che un’ulteriore conferma dell’attitudine italiana – quella che la riforma vorrebbe cambiare – al cambiare i privilegi altrui senza toccare i miei. “Not in my backyard“, dicono in Inghilterra. Se parliamo di privilegi, di familismo, di clientelismo, io voglio sapere – questo è un mio diritto – cosa succede nelle case dei ministri, di quelle persone che scrivono leggi per cambiare il comportamento degli italiani, che influiscono sulle nostre vite.

Ora: la figlia della Fornero che lavora nell’Università dei genitori, come il figlio di Monti che ha lavorato in Morgan Stanley, hanno degli ottimi curriculum e meritano di stare lì. Sono d’accordo. Io però voglio sapere anche come ci sono arrivati lì. Hanno partecipato a bandi di concorso pubblici? Hanno sostenuto dei colloqui? Quanti altri hanno partecipato? La questione dell’accesso, in un paese che vuole cambiare attitudini è fondamentale, ma l’accesso richiede trasparenza. Daniele mi scrive sulla bacheca Facebook: “Il contatto familiare può essere un vantaggio, non lo nego di certo, ma è un vantaggio solo in quanto ti può mettere in contatto con chi deve scegliere se assumerti o no. La scelta poi dovrà essere sul merito“. Ecco, sarò ideologico, ma io su questo non sono d’accordo. Perché mi chiedo se io – e tantissimi come me – da figlio di cassintegrato potrei accedere a quel contatto.

Goodbye welfare e integrazione

La Fornero lo ha detto in maniera velata, per lei il welfare equivale a fare la carità. E’ una visione chiaramente di destra, lo stato minimo contro lo stato sociale. Dice: “Stiamo provando a proteggere gli individui, non il loro posto di lavoro”. Che significa passare dalla cassa integrazione ai sussidi di disoccupazione (povertà?). E’ una visione nettamente diversa: la cassa integrazione serviva a riqualificare aziende e lavoratori in stato di crisi. Aziende che sono per la maggior parte coinvolte in truffe o malaffare. Integrare voleva dire correggere una stortura, rimettere equilibrio, ma non c’è nulla da fare: per loro cassa integrazione significa solo che un lavoratore campa beato alle spese della collettività.

Come che i soldi della cassa non venissero dalla busta paga del lavoratore stesso.

L’ASPI, invece, è una cosa del tutto diversa. E’ un sussidio: sei povero, tieni qualche soldo. Gli ammortizzatori sociali verranno ridotti in maniera drastica, ancora non si sa dove si prenderanno i soldi, e il passaggio dalla cassa al sussidio farà ricadere interamente il peso di questa riforma sui più deboli. Pochi minuti fa nel programma radio di Luca Sappino e Matteo Marchetti, Comincio Lunedì, che va in onda sul sito de L’Espresso, ho avuto modo di parlare con l’eurodeputata del PD Debora Serracchiani, che mi ha detto: “7 anni di cassa integrazione non sono tollerabili”. Sono d’accordo. Ma non perchè è uno spreco, perché vivere così è un inferno. Lo sanno gli operai Vinyls, che per ben due volte stavano per essere comprati da multinazionali straniere e le trattative si sono fermate di colpo. Nessuno sa perché. Non sarebbero più in cassa integrazione, loro che da anni lottano per non esserlo più. Io dal PD mi aspetterei dicesse queste cose.

Chi paga

Pagheremo noi, i più deboli. Dopo le ideologie, quel che rimane di questa riforma saranno meno ammortizzatori sociali, meno soldi al welfare, un contratto di apprendistato che non risolve di una virgola il problema precariato. Un articolo 18 menomato, e quindi licenziamenti facili. Questo è.

di Michele Azzu | @micheleazzu
(28 giugno 2012)

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