Archive for luglio, 2012

Lavoro, chi lotta a Ferragosto

martedì, luglio 31st, 2012

Cinecittà occupata

La crisi non ammette ferie. Devono stare all’erta sempre, soprattutto adesso, quei lavoratori che da mesi scioperano, protestano o occupano la fabbrica. Perché è questo il momento più rischioso. Quello in cui tutti sono in vacanza, anche i giornalisti, gli attivisti, i movimenti che ti danno una mano. Ora che non c’è Santoro ad invitarti in studio per rilanciare la vertenza.

L’estate è il momento migliore per sgomberare le fabbriche, o per annunciare i piani industriali con gli esuberi e i licenziamenti mascherati da esternalizzazioni. Perché in questo periodo sai che pochi giornali lo riporteranno. Così accade che venerdì scorso la Jabil abbia deciso di mandare una squadra di manovali, scortati dalle forze dell’ordine, a prelevare i macchinari rimasti nella fabbrica che da oltre un anno è occupata dai lavoratori, a Cassina Dè Pecchi, alle porte di Milano.

Continua a leggere l’inchiesta sul sito de L’Espresso…

di Michele Azzu @micheleazzu

Jabil occupata: “Ci hanno assediato coi camion all’alba”

lunedì, luglio 30th, 2012

Venerdì mattina le forze dell’ordine sono penetrate alla Jabil di Cassina Dè Pecchi (Milano) – occupata da oltre un anno dagli operai – per permettere all’azienda di riprendersi i macchinari. Sono stati momenti di forte tensione, ecco il racconto di Anna Lisa, che lì vive da un anno:

È ancora buio quando arrivano i manovali pagati dalla Jabil scortati dalle forze dell’ordine. Sembra un’azione condotta per arrestare un boss della mafia, mentre qui ci sono solo mamme e operaie rimaste a difendere il lavoro. Tutti intorno alla fabbrica ci sono blindati, camionette, jeep, la statale è bloccata e nessuno potrebbe raggiungerci per aiutarci. Dai palazzi di fronte la gente osserva alle finestre, e con noi urlano: “Bastaaaa!”. Intanto anche un operaio è salito sul tetto, col megafono, e urla: “Non siamo noi i delinquenti da arrestare, stiamo solo difendendo il nostro lavoro!”

Il tentativo di sgombero alla Jabil (di Enrico Brandi / Fotogramma)

Ma perché l’azienda ha deciso oggi di portare via i macchinari, oggi che finalmente c’è un protocollo d’intesa approvato da Comune, Regione e Ministero per il rilancio del sito? Perchè Jabil ci vuole schiacciare in questo modo? I loro camion se ne sono andati con le pive nel sacco, caricando solo un po’ di fornitura, per lo più obsoleta. Scortati dalla polizia con sette camionette su un cancello e sei sull’altro, aprendosi un varco nel picchetto, sono entrati una dozzina di manovali con un pullman, un camion con quattro carrelli elevatori, e un grosso camion da carico.

Sui cancelli il picchetto degli operai ha resistito a lungo alla pressione fisica delle forze dell’ordine, con diversi contusi ma nessun ferito grave. Mentre il pullman e i camion raggiungevano il magazzino gli operai hanno scavalcato l’inferriata che circonda la fabbrica, sono entrati nel cortile, un gruppetto è salito sul tetto, mentre tutti gli altri come una ragnatela si sono stretti intorno agli uomini al soldo di Jabil, venuti a portare via i macchinari rimasti in fabbrica. Sono rimasti delusi: in magazzino non c’era quel che andavano cercando, solo un paio di scatoloni. (continua…)

Taranto, con l’Ilva ci si paga il mutuo

sabato, luglio 28th, 2012

A Taranto è in corso una guerra, l’abbiamo raccontata mesi fa su L’Espresso: “Precari e veleni, Taranto muore“. Da una parte i tarantini chiedono salute, dall’altra 7000 operai che vogliono lavorare. In mezzo la perizia del tribunale che prova il legame tra tumori e emissioni dell’Ilva. Agli estremi governo e Vendola se ne fregano, aspettando che si calmino le acque. Teresa, giornalista barese di 23 anni, è andata a Taranto per ascoltare gli operai. 

Fermi a un blocco degli operai Ilva, Taranto

“Sappiamo che potremo avere problemi di salute, ma qui abbiamo lavoro. Così possiamo pagarci il mutuo”. Ci accolgono con queste parole gli operai dell’Ilva, quando li raggiungiamo ai cancelli dello stabilimento, oggi che hanno paralizzato la città. Quando una fabbrica della morte viene chiusa, la prima cosa che ti aspetti è vedere la città che la ospita in festa. Eppure a Taranto c’è il caos. Panico, proteste, traffico paralizzato. Perché quella fabbrica è soprattutto lavoro, e ci si paga il mutuo.

Taranto è splendida ma ha il cielo grigio. Colpo d’occhio: una distesa di fumo denso e bianco che copre l’orizzonte. E’ in giorni come questo che il ricatto occupazionale di Taranto diventa tangibile, puoi vederlo come vedi la polvere rossa che copre il ciglio della statale, oggi bloccata, la polvere delle ciminiere azzurre. Lì, nello stabilimento che un tempo era l’Italsider, ci lavora mezza Taranto. Generazioni intere di famiglie che vivono nei paesi limitrofi del brindisino.

Ieri il gip del Tribunale di Taranto, Patrizia Todisco, ha disposto il sequestro senza facoltà d’uso dell’azienda siderurgica, nell’ambito dell’inchiesta sull’inquinamento ambientale. Per mesi i periti hanno prodotto la “maxi-perizia”, che ora attesta il legame tra tumori e emissioni della fabbrica. E ieri è partito anche lo sciopero degli operai, che promettono: “Se chiudono ci sarà la guerra civile”. Quindicimila lavoratori (tra dipendenti ed indotto) operano oggi in quella fabbrica, e tutta la tragicità della situazione viene fuori inesorabilmente non appena si chiede ad uno di loro perché continuare a lavorare lì, pur sapendo di potersi ammalare. “Abbiamo provato a cercare altro lavoro, ma non troviamo nulla”, dicono. “Perché penalizzare proprio l’Ilva? Le altre aziende, come l’Eni, che sono parastatali, agiscono indisturbate e inquinano quanto noi. L’Ilva stava attuando delle misure importanti contro le emissioni dannose. Noi stessi abbiamo dovuto cambiare metodi di lavoro, quindi lo sappiamo bene”.

Lo stesso rispondono, difendendo strenuamente l’azienda, se gli si chiede delle emissioni in mare visibilissime soprattutto dopo i video di denuncia degli ultimi mesi, realizzati dall’ambientalista Fabio Matacchiera. “Sapete come va per le emissioni in mare? L’Eni butta le stesse cose, anzi dovreste vederle le sostanze, quando arrivano in mare…l’acqua inizia a bollire”, continuano gli operai. (continua…)

I tedeschi a Marchionne: “Dimettiti e vendi meglio!”

venerdì, luglio 27th, 2012

"'Sta carretta non parte, datemi una Volkswagen!"

E noi stronzi che pensavamo di essere gli unici, coi lavoratori e la Fiom, a pensare ancora che Marchionne dovesse dimettersi. Invece spunta fuori che la Volkswagen, nella persona di Stephan Gruehse responsabile della comunicazione, abbia affermato: “Marchionne è insopportabile come presidente dell’Acea, gli chiediamo di dimettersi”. L’Acea è l’associazione dei produttori di auto europei, e l’accusa tedesca viene dopo le affermazioni dell’a.d. Fiat all’Herald Tribune in cui afferma che la politica di sconti aggressivi condotta da Volkswagen è: “Un bagno di sangue”.

Ecco, se io fossi la Volkswagen, e il presidente dell’associazione degli automobilistici europei (a.d. di una casa concorrente), di cui faccio parte, facesse un’affermazione del genere… avrei tutte le ragioni per incazzarmi. D’altra parte i tedeschi la comunicazione la sanno fare. Ti dicono che non accetteranno gli Eurobond e non li accettano, ti dicono di dimetterti e tu ti dimetti.

Mister Marchionne, questa è comunicazione. Voi potete fare tutte le pubblicità che volete – con la Nannini, con Vasco Rossi, con Luca e Paolo – ma la gente sa cosa è davvero la Fiat. Potete far scrivere ai giornali che per tre anni se comprate (continua…)