Sciopero Telecomunicazioni, il tempo del silenzio è finito

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Il settore delle Telecomunicazioni, 200.000 lavoratori in tutta Italia, dopo anni di silenzio è sceso oggi in piazza per rivendicare i propri diritti con uno sciopero nazionale indetto dai sindacati. Il contratto collettivo di settore è scaduto il 31 dicembre 2011, ma ancora non è stato trovato un accordo, anzi, si teme un contratto separato per i Call Center, peggiore, più debole, più precario. Nel silenzio dei media mainstream.

L’unico settore al riparo dalla crisi sembrerebbe quello delle Telecomunicazioni. Nessuno è disposto a rinunciare al proprio telefono, sia fisso ma soprattutto mobile: per anziani, giovani e adulti (ma persino per i bambini) la rintracciabilità è diventata ormai una necessità primaria. Pronti a rinunciare a tutto tranne che alla possibilità di comunicare con ogni mezzo in ogni parte del pianeta. Eppure, oggi assistiamo ad uno sciopero generale del settore delle Telecomunicazioni, normalmente estraneo alle proteste in piazza. Perché?

La crisi, si sa, è una scusa anche per chi non la vive, un pretesto per cancellare diritti acquisiti e tagliare risorse. Il contratto collettivo nazionale delle Telecomunicazioni è scaduto il 31 dicembre del 2011. Da quel momento si è assistito ad una incapacità datoriale nel trovare un accordo che tuteli le professionalità e l’occupazione dei singoli territori negli appalti.

Inoltre le aziende delle Telecomunicazioni si stanno preparando concretamente a un nuovo contratto separato per i Call Center, molto peggiore, molto più debole, molto più precario. Il Call Center, dobbiamo mettercelo in testa una volta per tutte, non è un lavoro di passaggio per giovani studenti che devono pagarsi l’affitto e gli studi, ma un impiego con cui tantissime persone hanno messo su famiglia. Per questo il settore delle Telecomunicazioni andrebbe tutelato nella sua interezza, dato che conta  200.000 lavoratori in tutta Italia.

Tiscali sembrerebbe al riparo dal disastro economico personale del suo presidente, Renato Soru, coinvolto in un caso di presunta evasione fiscale. Questo però non risolve la situazione attuale dell’azienda che è ancora in pieno contratto di solidarietà. Il contratto di solidarietà potrebbe essere prorogato anche dopo questi 24 mesi, se il piano industriale della società non dovesse decollare.

Telecom si trova invece in una situazione complicata a livello nazionale. la società che in questi giorni ha annunciato di voler vendere La7 sembrerebbe volersi concentrare solo sul settore Telecomunicazioni, abbandonando l’editoria e continuando a svolgere il lavoro di “impresa salvadanaio”: ossia mettendo a disposizione la propria rete e svolgendo esclusivamente un lavoro di manutenzione e di assistenza al cliente. A penalizzare questo colosso italiano, per il momento ancora sano e salvo, è la normativa italiana sulle privatizzazioni della rete che non permettono alla società di investirci. Chi spenderebbe soldi per migliorare e restaurare qualcosa che non sa se resterà suo? Questo standby normativo sta penalizzando molto Telecom che è passata negli ultimi dieci anni da 140 mila dipendenti a 50 mila, attraverso scivoli, mobilità, finestre e tutte quelle opzioni normative che ora con la nuova riforma delle pensioni non potranno più essere considerate.

Se da un lato i suoi dipendenti non possono davvero essere considerati esodati in quanto hanno firmato un precedente accordo direttamente con il Ministero che li farebbe reintegrare in azienda per il periodo mancante alla pensione, dall’altra rischiano una contrazione dell’occupazione, se la società decidesse di mantenere nel piano aziendale il tetto di 35 mila lavoratori.

Questa ulteriore riduzione dei dipendenti, alla luce della riforma Fornero, fa tremare i sindacati che oggi hanno deciso di opporsi al silenzio che ha sempre offuscato le loro lotte, scendendo in piazza per far sentire la propria voce in tutta Italia.

di Claudia Sarritzu | @CSarritzu
(17 settembre 2012)

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