Genova, chiude la Centrale: “È stato bello fare il latte per voi”

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E’ finita, la Centrale del latte di Genova chiude. Non sono serviti i mesi di protesta, le tante di foto di solidarietà dei genovesi. Parmalat chiude lo stabilimento che ha dato il latte ai genovesi per 70 anni. Francesca, giornalista di Primocanale e SecoloXIX ci racconta i lavoratori e ci segnala la lettera di Stefano, in Centrale da 18 anni. Un pezzo di Genova muore, oggi, e Stefano lo ricorda così.

Francesca Baraghini, col cartello di solidarietà per i lavoratori della Centrale


Francesca Baraghini, giornalista. Partecipare al dolore. Raccontarlo, viverlo per mezza giornata. In pausa pranzo, davanti a un panino, fare finta di nulla. Cambiare argomento. Un giorno ti trovi di fronte a un incidente mortale e in un altro l’attenzione è per un tombino rotto. Storie di persone. Non gente, persone. Nomi e cognomi che si lasciano vedere per chi ha voglia di guardare davvero. La crisi, i risparmi, il precariato dentro un megafono bianco. Ho sempre creduto che i giornalisti fossero il mezzo per raccontare quello che accade mentre il mondo è impegnato in affari importanti. Il bambino da accompagnare a scuola, il lavoro alle 8 in punto, la spesa al mercato, la visita medica alle 9, il dentista alle 14, il bacio della buona colazione, il pollo arrosto mangiato con le mani all’Università, il libro comprato per caso al mercatino dell’usato, il pranzo dai nonni, la passeggiata con il cane. Ognuno di noi ha un mondo. E il giornalista fuori, sulla strada, al telegiornale, davanti a un pc, per raccontare quello che succede oltre. Ma se devo essere sincera, in casi come questi, una penna o una tastiera non servono a nulla. Sessantatrè dipendenti coinvolti, le loro famiglie, i contadini e molte altre realtà. Ricordo Francesca, 11 anni. Qualche mese fa, davanti alla Prefettura di Genova mi ha detto: “Arrivano i francesi e ci tolgono tutto così? E mio papà dove lo mettono poi?”. Trenta secondi in un microfono acceso. Trenta secondi più potenti di centinaia di penne.


Stefano Semovigo, lavoratore Centrale del Latte.

Così è finita. Sono entrato in centrale nel 1994, frequentavo l’università di biologia, suonavo la batteria e uscivo già con la mia attuale, meravigliosa moglie. Fatto il colloquio finale immaginavo quante porcherie si potevano fare in un’azienda alimentare, ero preparato a dover sopportare chissà quali schifezze. Poi dentro la Centrale del Latte ho trovato un gruppo di chimici tutti ex gastaldini, come me, tutti coetanei e una condotta lavorativa che da lì a poco sarebbe diventata un’impeccabile macchina che associava sapientemente la qualità alla quantità. Certo gli impianti allora erano vetusti, ma la nostra giovinezza ci imponeva una condotta morale che, unita alle altissime linee qualitative imposte dalla Parmalat, fecero diventare il nostro prodotto leader del mercato ligure.

Nel reparto laboratorio pastorizzazione eravamo tutti amici (lo siamo tutt’ora) certo, a quell’età fare le notti, le domeniche, Natale, Capodanno dentro a lavorare non era proprio il massimo ma facevamo un bel lavoro. Un lavoro di responsabilità che sapeva, proprio per questo, farti sentire importante. Quando uscivamo e vedevamo il latte Oro nei bar ci sentivamo orgogliosi: “Guarda quello l’ho fatto io stanotte!”. Poi, piano piano, alcuni di noi hanno lasciato la Centrale per andare a lavorare altrove. Tra questi il primo mitico pastorizzatore, Mirko Armano, un drago con l’impianto, capace di gestire tutta la linea senza problemi. A lui, insieme al mio maestro Davide Puppo, devo la passione per il lavoro impiantistico. Poi, anni dopo se ne andò anche il mio caro amico Luca Torre, lui era il mio compagno d’avventura, entrambi invalidi, siamo diventati la spina dorsale della pastorizzazione. Domenico Meloni era il boss del laboratorio, per lui ho coniato la frase: “Ti voglio bene ma ti odio”.

Al mitico, unico, grande amico Alessandro Traverso devo parte dell’uomo che sono poi diventato. Infine, Paolo Alloisio, Roberto Albanese e Gianluca Bertoli: tutti noi eravamo il reparto laboratorio pastorizzazione. Siamo stati le persone che per anni hanno condotto l’impianto e controllato il latte che usciva dallo stabilimento di Fegino. Siamo stati grandi e la vostra fiducia era ben riposta. Siamo tutti genovesi ed eravamo e siamo ancora dei bravi ragazzi, consapevoli che il nostro prodotto sarebbe servito principalmente a bambini e anziani. E’ finita, ora andremo in cassa, speriamo di trovare lavoro altrove e magari velocemente.  Nel frattempo ho avuto due bimbi e mantenerli è la primaria responsabilità. E’ finita ma è stato bello e, posso dire, un onore fare il latte per tutti voi.

di Francesca Baraghini @FraBaraghini  |  Casa originale della lettera di Semovigo
(27 settembre 2012)

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