Morti sul lavoro, quanto vale la loro vita?

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«Più giovane muori sul lavoro, meno vale la tua vita», è questa la conclusione di Graziella Marota sul dramma italiano delle morti sul lavoro. Graziella nel 2006 ha ricevuto al Quirinale l’onoreficenza di “Cavaliere del lavoro”. Suo figlio Andrea Gagliardoni aveva 23 anni quando morì in fabbrica a causa di un macchinario non a norma. Da una parte la medaglia, dall’altra quell’assegno dell’Inail. 1.600 euro di rimborso delle spese funerarie: è tutto ciò che spetta a Graziella secondo legge, perché Andrea non aveva moglie e figli, e non contribuiva al mantenimento dei genitori.

E’ successo ancora e succede tutti i giorni. Lo scorso 19 settembre i genitori di Nicola Cavicchi, che il 20 maggio era morto assieme a Leonardo Ansaloni sotto il crollo del capannone della Ceramica Sant’Agostino in Emilia, hanno ricevuto un assegno dall’Inail. 1.936,80 euro, non un rimborso, come tengono a specificare i funzionari dell’ente assicurativo, ma un assegno per le spese del funerale. Pochi mesi prima, il 24 luglio, era capitato lo stesso alla famiglia di Matteo Armellini, morto sotto il crollo del palco dove avrebbe dovuto suonare Laura Pausini, a Reggio Calabria. Le morti di Matteo e Nicola hanno portato a galla due pesanti realtà: quella della sicurezza dei montatori di palchi, quella dell’agibilità dei capannoni industriali in Emilia.

Ma dietro queste vicende così diverse esiste una realtà ben più grave, quella degli assegni Inail alle famiglie delle vittime. Assegni che ti portano a pensare che la vita di tuo figlio valesse davvero meno di duemila euro, perché: «Più giovane muori sul lavoro, meno vale la tua vita». Nicola aveva 35 anni, Matteo 32. Due assegni di 1936,80 euro.

Continua a leggere l’inchiesta sul sito de L’Espresso…

di Michele Azzu | @micheleazzu

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