Diario Almaviva: L’Ispettorato del Lavoro ascolta i lavoratori

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Martedì mattina i lavoratori Almaviva di Roma hanno presidiato l’Ispettorato del Lavoro, che in questi giorni ha avviato un’indagine sulla richiesta di cassa integrazione straordinaria presentata dall’azienda di call center. Il 14 febbraio gli Ispettori del Lavoro incontreranno i rappresentanti dell’azienda e del Sindacato, ma sarà un incontro formale quindi nessun lavoratore potrà assistere. Per questo motivo i lavoratori chiedono di essere ascoltati in prima persona.

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Ore 9:00. Oggi saremo di nuovo tutti assieme, si va a manifestare. Un altro giorno di presidio, di rumore, di spiegazioni da dare, di documenti da esibire, di esempi da portare, di parole da dire e da ascoltare nella speranza di avere giustizia. Anche oggi qualcuno da incontrare. Anche oggi senza la cuffia sul capo, ma con la testa ben alta per cercare l’attenzione che la nostra vertenza merita.

Andremo a trovare gli Ispettori del Lavoro, che la settimana scorsa hanno avviato un’indagine sulla richiesta da parte dell’azienda di Cigs per i 632 lavoratori della sede Almaviva di via Lamaro. Conosciamo le motivazioni dell’azienda: “cessazione dell’attività per improduttività del sito, scarsa professionalità, assenteismo”. E abbiamo ribadito in più occasioni che questo è un pretesto, i motivi sono ben altri. Andremo sotto la loro sede con la speranza di essere ricevuti, vogliamo consegnare il nostro punto di vista su questa vicenda (come abbiamo fatto quando siamo stati ricevuti dal Ministro del Lavoro Elsa Fornero).

Ore 10.00. Anche la vita da lavoratori sospesi ha le sue liturgie, molto simili a quelle della nostra vita passata: doccia, caffè, metro, autobus, arrivo sul posto, altro caffè e chiacchierata con i colleghi prima di iniziare. Arriviamo sul luogo convenuto alla spicciolata, veniamo da ogni parte di Roma, carichi di aspettative, in qualche modo felici di incontrarci e di essere ancora un gruppo molto unito. Anche se non siamo più lavoratori, non siamo ancora cassaintegrati, siamo solamente sospesi, appunto, in quello che tra noi chiamiamo il limbo lavorativo.

Le chiacchiere mentre prepariamo i nostri striscioni sono diventate ormai una routine: ci aggiorniamo sull’ultimo articolo pubblicato sulla vertenza, sulle ultime novità che ci riporta chi ancora lavora in azienda (e che oggi manifesta assieme a noi), sull’ultimo post spiritoso che gira su Internet. Ci diamo forza l’un l’altro e cerchiamo di sorridere. Il cielo promette pioggia, ma non è la pioggia che ci spaventa. Ricordo che quando abbiamo fatto il primo sciopero diluviava: eravamo sotto la Regione Lazio dove azienda e parti sociali si incontravano per cercare una soluzione a questo pasticcio, c’eravamo tutti. Zuppi fradici. Immobili.

Ore 10:30. Ci sono tanti poliziotti, hanno convocato un reggimento. Eppure non dovrebbero preoccuparsi così tanto, noi siamo sempre stati pacifici. Per fortuna con la polizia non abbiamo mai avuto problemi: molti agenti ci conoscono, ci si saluta quando arriviamo e ci si da appuntamento alla prossima manifestazione quando si va via. Sanno che siamo persone oneste che voglono solo indietro il proprio lavoro.

Un ispettore di polizia si avvicina a un gruppo di noi, ci chiede gentilmente informazioni sulla nostra storia. È sinceramente interessato alla nostra vertenza, ci capisce. E si sorprende a vedere che siamo tutte “persone grandi”. Nell’immaginario di molte persone il lavoratore di call center è il ragazzino che con questo lavoro si paga l’università, o il giovane appena diplomato in attesa di un posto migliore, non si aspettano di trovare madri e padri di famiglia per i quali questo è un lavoro con la L maiuscola. Quello che fai per campare.

Ore 11:00. Siamo sempre di più, poco a poco arrivano altri colleghi, stiamo diventando rumorosi, voci tante, qualche fischietto, ma comunque tanta civiltà, dignità e consapevolezza di essere dalla parte del giusto. Arriva anche un fotografo del Corriere della Sera ci scatta foto, ascolta la nostra storia, e ci racconta che la sua compagna che lavora al Messaggero di Roma è nella lista dei 30 giornalisti che saranno licenziati a breve per esubero di personale. Ci scambiamo solidarietà.

Ore 11:15. Un funzionario di polizia si avvicina e ci informa che il Presidente della Direzione Territoriale di Roma dell’Ispettorato del Lavoro ci vuole ricevere. “Pronti!”, “Chi vuole andare?”, “Chi se la sente?”, “Forza, almeno cinque persone…”, “Eccoci siamo in cinque”. Un lavoratore fra i tanti che si è offerto volontario, due di noi che erano stati a colloquio con il ministro Fornero, due rappresentanti delle RSU Cobas. La compagnia è pronta a partire.

Sostenuti da un tifo da stadio presentiamo i nostri documenti d’identità ed entriamo negli uffici dell’Ispettorato.

Ore 11,30. Ci ricevono il Presidente della direzione territoriale e un funzionario, suo collaboratore. Noi pronti con i nostri dossier alla mano, con la copia dell’esposto che i rappresentanti dei Cobas hanno preparato sull’azienda Almaviva, con i nostri argomenti, le nostre obiezioni.

Cortesi e molto disponibili i due funzionari hanno precisato che l’indagine ispettiva è partita e che sta andando avanti, che hanno richiesto all’azienda la documentazione per verificare la reale necessità e la “genuinità” della richiesta di Cigs. Ci dicono che la nostra presenza, “pur se gradita”, non apporta nulla di nuovo all’iter ormai in corso.

Ma dopo aver ascoltato le nostre argomentazioni sentono il bisogno di avere maggiori chiarimenti e iniziano a prendere appunti. Dalle loro reazioni intuiamo che quanto fatto da Almaviva ai propri dipendenti non è proprio normale e chiaro. La gente si sorprende quando ascolta la nostra storia per la prima volta. Un’importante informazione dataci dai funzionari è che l’assenteismo, la scarsa produttività, o professionalità (accuse che i lavoratori rispediscono al mittente) non sono certo motivazioni valide per poter richiedere e ottenere l’approvazione di una procedura di Cigs.

Ore 12:30. Ci congediamo cordialmente dopo circa tre quarti d’ora di colloquio, con la certezza che gli ispettori faranno il loro lavoro al meglio. Usciamo dall’edificio e i nostri colleghi, intirizziti dal freddo ma decisi ad aspettarci ci accolgono con l’applauso degno di chi torna vittorioso da una battaglia. Nessuna vittoria, ragazzi, siamo coscienti di avere ancora molta strada da fare, ma anche l’applauso è un modo per farsi coraggio, per rinvigorire gli animi. Riportiamo ai nostri colleghi quanto detto durante l’incontro.

Ore 12:45. Concediamo volentieri un’intervista alla tv locale che promette di fare un servizio su di noi e sulla nostra vertenza. Sono pochissimi i media che parlano della nostra vertenza ed è sempre importante abbattere il muro di silenzio che ci circonda. Non ci concediamo invece a una tv francese che ci chiede se conosciamo “qualche situazione pietosa, qualche persona, meglio se donna che si trovi in una situazione tragica”. Non vogliamo pietismo, siamo in molti in difficoltà ma la nostra dignità prima di tutto. Questo non è uno spettacolo televisivo, non è un reality.

Ore 13:00. La mattinata di protesta anche oggi è finita, poco a poco ci disperdiamo salutandoci e dandoci appuntamento al prossimo incontro. Scaturisce una riflessione: abbiamo raccontato la nostra storia negli uffici di tutte le istituzioni: Comune di Roma, Regione Lazio, Dipartimento delle Politiche Sociali, Ministro del Lavoro, Presidenza dell’Ispettorato del Lavoro, siamo persino stati al Festival del Cinema di Roma… chi chiediamo: ma l’amministratore delegato di Almaviva Contact, Marco Tripi, che ci ha sospeso non avrà per caso voglia di sentire anche lui la nostra versione dei fatti?

di Marina Chimenti (lavoratrice Almaviva sospesa)

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