Licenziati Bridgestone: ‘L’abbiamo saputo da Internet’

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Una delle più famose fabbriche di pneumatici nel mondo, la Bridgestone, ha annunciato la chiusura dello stabilimento di Bari-Modugno, mandando a casa 950 dipendenti. Ci siamo recati personalmente a Bari per intervistare i lavoratori, che protestano assieme alle loro famiglie. “Il nostro sciopero è questo: lavorare di più e lavorare meglio”.

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Perdere il lavoro e saperlo da Internet. È quello che è successo agli operai della Bridgestone, dello stabilimento di Modugno, a Bari. L’azienda, che dà lavoro a 950 persone, il 4 marzo ha infatti comunicato la chiusura dello stabilimento entro la prima metà del 2014. Una decisione eclatante e molto dolorosa per tutta la Puglia, dove l’intero settore automotive è in grossa crisi. Ora nel girone ci è finita anche la Bridgestone. Fabbrica insospettabile, quella di Modugno. All’avanguardia. Una crisi dovuta al calo strutturale della domanda nel settore della produzione di pneumatici per auto che – fa sapere l’azienda – è scesa “dai 300 milioni di unità del 2011 ai 261 milioni del 2012”. Una diminuzione della produttività pari quindi al -13%. Ma gli operai non ci stanno, e questa motivazione non la accettano. “Avremmo capito la cassa integrazione. Avremmo tollerato dei ridimensionamenti, perché sappiamo che il settore è in crisi e ce ne rendiamo conto. Ma la chiusura proprio no”.

Per loro, pugliesi al servizio dei giapponesi, la novità di questa settimana è un vero e proprio fulmine a ciel sereno. “Ci facevano fare qualche giorno di cassa integrazione”, racconta Angelo, che di anni ne ha 34 e in quella struttura ci lavora ormai da 5 anni. Ma quello che più stupisce è il fatto che questa notizia sia stata appresa dai giornali. Quasi un dramma nel dramma. “Il mio amico mi ha chiamato e mi ha detto: hai letto il Corriere.it?, racconta un altro dipendente. “Ero a casa e ho letto su Internet che la Bridgestone di Bari, la nostra azienda, avrebbe chiuso”. In effetti, il caso di questo operaio non è il solo. Basta cercare ‘bridgestone’ su facebook e tra i post pubblici è possibile leggere le reazioni incredule di chi in quell’azienda ci ha lavorato fino a pochi giorni fa, con la certezza di avere un posto di lavoro sicuro. Una certezza che oggi lascia spazio solo allo stupore surreale di chi scrive ai propri colleghi “ma che dici?”. Così, come se si trattasse di un provvedimento a loro del tutto estraneo. “Sì, Michele – commenta un altro – la notizia è vera e pare che stiano andando tutti in fabbrica”. “Ok – risponde l’altro – arrivo, ci vediamo lì”. Il piazzale della fabbrica adesso è sempre pieno di gente. Insieme agli operai ci sono anche le loro compagne, i figli. “Così l’ho saputo io, su internet”, racconta la moglie di un operaio che alla Bridgestone ci sta da quasi trent’anni. Praticamente una vita. “Ero su Internet e l’ho letto – continua. Ho chiamato mio marito e lui nemmeno lo sapeva!”.

Non c’è rassegnazione, fra gli operai Bridgestone. Lo sconforto, certo. “Vogliamo precisare una cosa”, gridano chiamando l’attenzione dei giornalisti. “Noi qui non stiamo scioperando. Noi siamo qui a turni. A lavoro ci andiamo regolarmente, perché il nostro sciopero è questo: lavorare di più e lavorare meglio. Perché non si dica che questa non è un’azienda al passo coi tempi”. E qual è l’ultima volta che è arrivato un nuovo macchinario in azienda? “L’altro giorno”, rispondono. E un po’ sorridono. Uno di loro sgomita, interviene. “Lo sto montando proprio io”. Ma allora perché chiudere? “Il nostro sospetto è pesante”, spiegano facendo seguire un attimo di pausa. Il tempo necessario perché i loro volti lascino il posto della rabbia all’amarezza. “È più comodo spostarsi in altri Paesi. Noi lo sappiamo. Ora il sud lo stanno lasciando tutti”.

Ma questa ‘rivolta’ operaia è diversa. Questa volta è fatta – con decisione – da chi ha tutte le intenzioni di restare. E restare lì, proprio alla Bridgestone. Poco lontane dagli striscioni contro gli amministratori italiani Franco Annunziato e Nicola Raspone, ci sono tre bandiere. Una dell’Italia, una dell’Europa, e una del Giappone. E sono loro, i giapponesi a capo dell’azienda, a essere irremovibili. La decisione è presa, dicono. Irrevocabile. “Noi lasciamo Bari”. “Questa azienda è in salute”, gridano, dall’altra parte della barricata. “E noi operai lo dimostreremo”. L’ultimo appello è quello ai giornalisti, ai cittadini, agli attivisti e anche semplicemente ai curiosi. “Venite a trovarci e vedrete che questa azienda funziona”.

di Teresa Serripierro @teresaserri
Foto: a destra Massimo Cassano (consigliere regionale del Pdl, eletto al Senato)

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