Marina, una vita nei Call Center: ‘non chiamatelo lavoretto’

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“Ho perso il lavoro all’età di 57 anni, ho perso la professionalità che mi ero costruita durante gli ultimi 20 anni, 15 dei quali da precaria. Quindi non ho neanche maturato un minimo di anzianità per poter avere un giorno la pensione”. Marina Chimenti, una vita nei Call Center, ci racconta la sua esperienza personale: “Ho sempre dato tanta dignità al mio impiego e l’ho pretesa da chi lo denigrava”.

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Origini toscane, 57 anni e una vita alle spalle dentro i Call Center, Marina Chimenti sulla dignità della sua professione non ha dubbi: “Sai, riguardo a questo lavoro si è detto e scritto tanto negli ultimi anni: film, libri, articoli. Si è messo l’accento soprattutto su alcuni aspetti molto negativi di questa attività, che in parte sono veri naturalmente. Pensa alla precarietà, o ai contratti che ci offrono, o ancora all’eccesso di produttività richiesta che spesso (anzi quasi sempre) cozza con la qualità: è la dura realtà. Però questo ha contribuito a costruire nell’immaginario collettivo l’idea che sia un lavoro da cancellare definitivamente. E invece dovremmo lottare tutti assieme per migliorarne le condizioni!

Ascolto le parole di Marina con attenzione e mi faccio trasportare dalla loro autenticità. Pensate a quante volte, parlando di Call Center, la loro professione venga associata al tipico lavoretto dello studente fuori sede per pagare l’affitto, o comunque a un impiego temporaneo, per arrotondare. “La verità è che ci sono famiglie che campano grazie a questo lavoro“, sottolinea Marina. “Se ben supportati da strumenti e da una buona formazione, possiamo fornire all’utente un aiuto notevole: online e al telefono si fanno tutti i tipi di operazioni, dalla biglietteria ai rimborsi di ogni genere, dall’assistenza assicurativa all’assistenza previdenziale, i servizi bancari, i contratti… e potrei continuare l’elenco per ore”.

Eppure, molto spesso, anche alcuni lettori de L’isola dei cassintegrati nei loro commenti difendono la chiusura dei Call Center, argomentando questa drastica posizione con l’evidente riduzione dei diritti dei lavoratori. Cosa rispondere a queste persone? “Non capisco chi chiede di chiuderli, davvero non ho risposte. Ho sempre dato tanta dignità al lavoro che ho fatto per tutti questi anni e l’ho pretesa da chi lo denigrava. Ripeto: bisogna lottare perché le condizioni migliorino. È nel momento stesso in cui difendi i tuoi diritti che mantieni la tua dignità“.

Marina vive a Roma e lavora nella nella sede di Almaviva Contact di via Lamaro, lei e i suoi 631 colleghi sono stati sospesi e si prospetta per loro un futuro di cassa integrazione ed esuberi (qui, qui e qui potete leggere tutti i dettagli sulla vertenza). “Io ho partecipato al flashmob in piazza”, racconta con una certa emozione, “colorato dal rosso dei nostri palloncini, rallegrata dalle risa del nostro ritrovarci. Una manifestazione voluta e organizzata dai lavoratori in prima persona, senza bandiere o sigle sindacali. Solo noi, per difenderci da una delocalizzazione meschina: quella che si consuma dentro il territorio italiano grazie ai finanziamenti pubblici”. Hanno urlato un forte “No alla delocalizzazione”, Marina e i suoi colleghi di Roma, Napoli, Catania e Palermo, con un unica voce e la speranza che quel grido venga ascoltato, perché “è necessaria una legge seria contro la delocalizzazione, con regole chiare precise“. Regole che vengano fatte rispettare.

Come si vive con lo stipendio ridotto di un quarto (in seguito alla sospensione)? “Per fortuna i miei figli sono grandi, sono sposati, e lavorano. Grazie alla pensione di mio marito devo dire che siamo riusciti a far fronte a questa situazione. Il mio vero disagio è un altro”. Quale? “Ho perso il lavoro all’età di 57 anni, ho perso la professionalità che mi ero costruita durante gli ultimi 20 anni, 15 dei quali da precaria. Quindi, come se non bastasse, non ho neanche maturato un minimo di anzianità per poter avere un giorno la pensione”.

La sua speranza è essere riabilitata come lavoratrice, per tornare a testa alta in un Call Center. “La ragione mi dice che forse non tornerò più a lavorare in quest’azienda, per via della crisi che si è aperta anche nelle altre sedi, perché non sarà facile ricollocare tutte queste persone se non ci saranno nuove commesse”. Quando si affronta una vertenza di questo tipo è importante non stancarsi, non lasciarsi sfinire dal tempo che passa, dalle prospettive che non appaiono, dalle delusioni che si accumulano. E questo Marina lo sa bene: “Siamo 632 nella sede di via Lamaro, rimasti senza lavoro, abbandonati in un limbo senza futuro, in attesa del risultato di un’indagine dell’Ispettorato del Lavoro che non si sa quando arriverà. Eppure facciamo il possibile per rimanere uniti, per far conoscere ai cittadini e alle istituzioni la nostra situazione”.

Come si fa a tenere alta l’attenzione su una vertenza così lunga? “Le manifestazioni grandi ma anche quelle individuali, il dialogo e la concertazione, gli appelli e le lettere (come quella a Giorgio Napolitano mandata dai colleghi di Catania): tutto serve, è necessario non abbassare mai la guardia per rimanere vivi. Nessuna singola azione può risolvere la vertenza, ma tutte assieme servono a dire: siamo qui, siamo vivi, siamo ANCORA qui!

La (ri-)elezione del Presidente della Repubblica ha portato a un secondo settennato di Giorgio Napolitano, già a conoscenza di questa vertenza. Tu dove ti vedi tra 7 anni? “Non so come andrà a finire la nostra storia, ma parafrasando la frase di un bel film ti dico che ho tutta la vita davanti“.

di Marco Nurra | @marconurra
(Nella foto, una lavoratrice della sede di Napoli durante il flashmob. Fonte: unichannel.com

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