Se la crisi è colpa del manager

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Ilva, Eutelia, Alcoa, Phonemedia: società fallite o sull’orlo della bancarotta per la responsabilità di una dirigenza criminale. Le cui azioni ricadono poi sui dipendenti licenziati o in cassintegrazione. Che ora Confindustria vorrebbe ancora più ‘flessibili’ (cioè precari). L’inchiesta di Michele Azzu per l’Espresso.

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Confindustria non molla: per il presidente Giorgio Squinzi bisogna uscire dallo status quo e dalla crisi seguendo il volano dell’Expo 2015. Ora sul piatto ci sono le deroghe ai contratti, contratti flessibili “buoni” per tutti – proprio come fatto per l’Expo 2015 – per rilanciare l’occupazione. E se il presidente di Confindustria dice questo è perché sa che ora trova terreno fertile, con i leader sindacali sempre più deboli.

Una deroga, quindi, di tre anni perché le imprese possano assumere, come se non bastassero le 40 diverse forme contrattuali (precarie, appunto) presenti in Italia. O l’abolizione operata da Letta sui limiti temporali per i rinnovi dei contratti, cancellando le norme introdotte dalla riforma Fornero volte a scoraggiare gli imprenditori dal creare nuovi precari. Tutto questo per favorire l’occupazione. Eppure qualcosa non torna. I lavoratori, si è capito, devono venire assunti in maniera flessibile. E i manager?

Venerdi 12 luglio il tribunale di Roma ha emesso le sentenze di primo grado per la bancarotta fraudolenta di Agile: 23 anni di carcere complessivi per i manager corrotti. Nove anni ad Antonangelo Liori, ex direttore dell’Unione Sarda, lui che intercettato diceva: «Se fallisce Eutelia io continuo ad avere la mia macchina, il mio autista, il mio elicottero, la mia villa, tutto uguale, e loro non hanno più un lavoro. Questa è la storia!». Poi, 8 anni per Claudio Marcello Massa, amministratore di Agile ed Omega (società che comprendeva anche il call center Phonemedia, con 1.200 dipendenti sul lastrico), 6 anni ad Isacco Landi. 

Scrive la Guardia di finanza, sull’operato dei manager: «Una colossale operazione dolosa volta a cagionare il fallimento della società Agile al file di spogliarla dei suoi asset e di sottrarre la garanzia ai creditori più importanti, i circa 2.000 dipendenti». Ma quello di Agile ex Eutelia non è l’unico caso. Anzi, è solo l’ennesima delle vertenze industriali nate da un reato della dirigenza, da una bancarotta fraudolenta, dalla corruzione.

C’è la Fincantieri, con un migliaio di dipendenti in cassa integrazione, dove l’ex tesoriere della Lega Francesco Belsito – ora in carcere – sedeva in consiglio d’amministrazione. Su di lui e su Fincantieri ora la procura di Milano indaga su un giro di tangenti, e Belsito era persino quasi riuscito a far assumere con contratto da dirigente l’ex autista di Bossi, Maurizio Barcella. C’è lo scandalo dell’Ospedale San Raffaele di Milano e della cricca di Don Verzè, coi fondi neri, la corruzione, le tangenti. E a pagare, anche qui, sono i dipendenti che hanno appena evitato 250 esuberi, dopo numerose proteste condotte dai sindacati di base, ma pagano il prezzo coi contratti di solidarietà con tagli del 9 per cento in busta paga. Su tutti l’Ilva di Taranto, con la corruzione, l’inquinamento, i capitali all’estero. E la cassa integrazione per 2.000 dipendenti.

Vertenze industriali, si è detto. Qui entra in gioco il ministero dello sviluppo economico, per mettere in atto trattative di cessione, di vendita, per nominare i commissari fallimentari quando necessario. Da Claudio Scajola fino a Flavio Zanonato, passando per Paolo Romani e Corrado Passera, la condotta del ministero è stata a volte quanto meno discutibile. Come quando con Vinyls si caldeggiava l’acquisto da parte della società croata Dioki, pochi mesi prima che il proprietario Robert Jezic venisse arrestato a Zagabria per corruzione. Sull’Alcoa del Sulcis, invece, il ministero per mesi ha trattato con la svizzera Glencore, proprietaria della Portovesme Srl, per l’acquisto dello stabilimento di alluminio del Sulcis. Ora la Guardia di Finanza indaga la Portovesme Srl per un’elusione fiscale da 120 milioni di Euro.

Il processo sul crack di Agile Eutelia ha una storia interessante, da questo punto di vista. Dice Cadigia Perini, cassintegrata Agile di Ivrea: «Come si è giunti a questo processo? Forse dopo le denunce dei lavoratori al ministero dello sviluppo economico? No, è toccato alla Fiom promuovere una causa contro i responsabili della rovina di Agile e della distruzione di 2.000 posti di lavoro. È toccato ad un sindacato, che al massimo varca i tribunali del lavoro, intentare una causa penale». Il processo di Roma è molto importante: «È stata la prima volta che un tribunale italiano ha accettato la costituzione in parte civile dei dipendenti (1.070 ndr) in un processo per la bancarotta fraudolenta di un’azienda», dice il comunicato Fiom.

Anche in Agile Eutelia il ministero dello sviluppo aveva sottovalutato i controlli sui manager parti in causa nelle trattative, dando via libera nel 2009 alla cessione fra Eutelia ed Omega di Agile. Quando avvenne la cessione erano già in corso le indagini del Tribunale di Arezzo sulla famiglia Landi, per irregolarità e distrazione capitali da Eutelia, mentre i rimanenti Massa e Liori avevano già un lungo curriculum di fallimenti alle spalle. La cessione era quindi quanto mai sospetta.

Scrivono i lavoratori Agile Eutelia sul loro blog: «Chi distrae capitali, trasferendo all’estero i bilanci e i Tfr delle aziende, a danno delle aziende stesse e della collettività per costi di ammortizzatori sociali e Tfr occultati, deve risponderne in tribunale. Chi utilizza i vuoti legislativi sui trasferimenti di ramo d’azienda, per attuare licenziamenti di massa a costo zero, dovrà anche di questo rispondere in Tribunale e pagarne i costi».

Insomma, i lavoratori devono essere flessibili, i contratti precari. Ma i manager sembrano essere davvero i meno flessibili di tutti, pressoché intoccabili, alternandosi da un consiglio di amministrazione a un altro, ricevuti al ministero dello sviluppo anche con indagini in corso o bancarotte fraudolente alle spalle. Forse è sulla flessibilità dei manager, che si dovrebbe intervenire. Operare maggiori controlli e verifiche, prima dei processi. Anche questo poi, i fatti recenti lo confermano, si traduce in posti di lavoro.

di Michele Azzu l’Espresso

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