Collaboratori non pagati dell’Unità: ‘Pd pagaci gli stipendi’

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C’è un giornale in Italia la cui crisi aziendale è tanto forte quanto taciuta. È un giornale che nel 2014 compirà 90 anni, la maggior parte dei quali li ha passati a difendere i diritti dei lavoratori nel pieno rispetto dello spirito del suo fondatore, Antonio Gramsci. Questo giornale è L’Unità. Novant’anni di storia che rischiano di essere cancellati dalla peggiore delle colpe: quella di aver tradito, lì a sinistra, i propri lavoratori. L’isola dei Cassintegrati ha raccolto la testimonianza di un giornalista del coordinamento dei collaboratori del giornale, sottoproletariato del lavoro intellettuale, che aspettano 9 mesi di arretrati.

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Scriveva Concita De Gregorio nel suo ultimo editoriale da direttrice de L’Unità: “Abbiamo attraversato lo stato di crisi aziendale rispettando con coscienza i patti che avevamo firmato, abbiamo combattuto le rendite di posizione, abbiamo messo in sicurezza i precari di antica gestione, non ne abbiamo creati di nuovi, abbiamo sostituito le maternità, abbiamo osservato con rigore la legge”. Era il 18 giugno 2011, e un paio di mesi dopo la Nuova identità editoriale (la Nie, la società editrice del giornale), smetteva di pagare i collaboratori. Siamo ad agosto 2013 e ad oggi, i collaboratori hanno smesso di ricevere pagamenti regolari: in media, percepiscono una mensilità ogni 5-6 mesi. Attualmente avanzano dall’amministrazione di Fabrizio Meli, Ad di Nie, 9 mesi di arretrati.

L’isola dei Cassintegrati ha raccolto la testimonianza di un giornalista del coordinamento dei collaboratori del giornale che racchiude sia i collaboratori delle edizioni di Firenze e Bologna (chiuse un paio di mesi fa) e di quelle nazionali. “In due anni, da quanto è cominciata questa situazione, le abbiamo tentate tutte ma a questo punto pare evidente che Meli non abbia affatto la volontà di pagarci. È giusto, come dice lui, che si paghino prima i creditori obbligati, cioè quelli che hanno fatto ingiunzione di pagamento, ma ormai per noi è davvero impossibile pensare che in tutto questo tempo non si sia trovata la cifra irrisoria per i collaboratori di una delle testate che paga meno, con cifre che vanno dai 15 ai 50 euro lordi a pezzo”. In questi mesi, continua, i collaboratori non sono neanche stati informati di quanto ammonti il debito della Nie, nonostante lo abbiano chiesto anche le varie assostampe regionali.

Le battaglie sindacali e chi le ignora. Il ruolo del sindacato dei giornalisti (Fnsi) e dell’Ordine (Odg) in questa vicenda è sicuramente importante: sin dall’inizio, i due organi di categoria hanno intavolato contrattazioni con l’amministrazione. “Il 7 luglio 2012 una rappresentanza del coordinamento dei precari del giornale si è seduta con la Fnsi, l’assostampa romana e quella dell’Emilia Romagna allo stesso tavolo dell’amministratore delegato e del direttore per arrivare ad un accordo: si decise, infatti – spiega il giornalista – che la Nie avrebbe pagato ogni mese due mensilità arretrate e si sarebbe fatto un piano per stabilire quali fossero i collaboratori effettivamente necessari. Questo non è mai stato fatto: Meli non ha mai rispettato nessuno degli accordi sanciti in sede sindacale”. Questo ha portato i giornalisti a fare ad ottobre 2012 uno sciopero, il primo in Italia dei collaboratori di una sola testata, in seguito al quale hanno ottenuto il pagamento delle retribuzioni relative ad un mese. Da novembre 2012, quindi, i collaboratori non percepiscono nulla, seppur continuino a lavorare regolarmente. Dopo quello sciopero arrivò la solidarietà, fortissima, del Pd toscano, dell’Emilia Romagna e di Sel. Assordante invece il silenzio della restante classe dirigente del Partito Democratico a cui i giornalisti, per l’ennesima volta, si sono rivolti qualche giorno fa. Perché? “Innanzitutto perché il Pd detiene il 2% del giornale, poi perché da anni il partito, fortunatamente, provvede a salvare il giornale dalla malagestione di Meli pagando gli stipendi dei contrattualizzati. Quello che vorremmo noi, che siamo il ‘sottoproletariato del lavoro intellettuale’ – gente che lavora ogni giorno senza percepire stipendio, senza ferie, senza maternità, senza contribuiti, senza prospettive di assunzione – ecco, quello che vorremmo noi è che il Pd consideri anche noi parte del giornale, perché lo siamo. Noi siamo quelli che in un altro settore corrisponderebbe al nero con la differenza che noi firmiamo il giornale. Nessuno di noi ha mai firmato una lettera d’incarico, non è regolata la posizione di nessuno di noi ma nel contempo ci siamo accorti che in alcuni casi si sono fatte probabilmente delle ‘eccezioni’ direttamente da parte dell’amministrazione”.

Il ricatto. Lo stato di crisi del giornale è molto forte, tanto che la malagestione della Nie investe non solo i collaboratori ma anche la cosiddetta Redazione, cioè coloro che sono regolarmente assunti. “C’è un ricatto su cui si basa tutta questa questione, ed è evidente: L’Unità – spiega ancora il giornalista – al momento non ha neppure la disponibilità di ricevere l’Ansa quindi la Redazione si trova in enorme difficoltà anche perché, vista la situazione, non possono neanche usufruire liberamente dei loro collaboratori dal momento che questi non vengono pagati da 9 mesi. Gli stessi caporedattori si mettono in soggezione a far lavorare chi è sfruttato. Inoltre, pur essendo solidali con noi, i redattori contrattualizzati rischiano ogni mese di perdere il lavoro e che il giornale chiuda. Per quel che ci riguarda – precisa – non riteniamo che la Redazione ci sia antagonista, la nostra antagonista è l’amministrazione. La Redazione sta pure facendo dei grossi sacrifici: prendono lo stipendio minimo sindacale e sono in solidarietà con una decurtazione mensile del 35%. Senza contare che è un ambiente in cui manca completamente sia la soddisfazione che la crescita professionale”.

La proposta di Meli. Una proposta l’Ad Meli, a dire la verità, l’ha fatta: ingiunzione di pagamento. “Se vogliamo essere pagati, ci ha detto di fare ingiunzione di pagamento. Il fatto che è noi già aspettiamo i nostri soldi da novembre e con l’ingiunzione passerebbe ancora più tempo. Quindi, l’unica cosa che possiamo pensare è che lui ignori completamente le condizioni di estrema difficoltà in cui si può trovare una persona: non puoi dirmi di aspettare il giudice per avere i miei soldi, perché io ho lavorato quando tu me lo hai detto e i miei soldi li voglio subito”. Ma c’è dell’altro: “si rischia che una volta fatta ingiunzione di pagamento, ci siano pure delle ritorsioni, che si possa essere allontanati dal giornale”. Oltre al danno, dunque, anche la beffa.

Non è colpa della testata. Una cosa ci tengono a chiarirla, i collaboratori: “la nostra battaglia è contro l’amministrazione della Nie e non contro la testata: noi inorridiamo al pensiero che questa amministrazione abbia portato un glorioso giornale che ha basato i suoi 90 anni di vita sulla lotta per i diritti dei lavoratori in questa situazione vergognosa sia per il giornale che per i giornalisti che ci hanno lavorato, per i direttori che ci sono stati e per lo spirito con cui Gramsci ha fondato questo giornale. È un ammutinare la storia de L’Unità che riteniamo essere il peggior danno fatto da questa amministrazione, oltre al fatto che non veniamo pagati”.

E proprio sulla gestione del giornale si sollevano i maggiori dubbi: dalla direzione Padellaro-Colombo, durante la quale le copie del giornale oscillavano tra le 70 e le 80mila, si è passati alle 35mila della direzione De Gregorio: “un’inversione di tendenza netta alla quale non si opposto nessun piano di rilancio del giornale”, dire amareggiato il giornalista. Inoltre, da un paio di mesi sono state chiuse anche le cronache di Firenze e di Bologna, due regioni in cui non solo il giornale era storicamente più radicato ma vendeva anche gran parte delle sue copie: “un errore madornale, perché il giornale era tutto lì, in Toscana ed in Emilia Romagna. Abbiamo reciso questo legame storico, dopo che nel 2009 già avevamo reciso il legame con la capitale chiudendo la cronaca di Roma proprio nel momento in cui c’era l’amministrazione Alemanno-Polverini. Fu un grosso errore. È evidente – ribadisce – che non c’è un piano di rilancio ma di mortificazione della testata a cui si associa anche la distribuzione totalmente fallimentare: in Calabria arriva solo nelle città principali e in pochissime copie per di più in bianco e nero, mentre in Sardegna e Sicilia non arriva più. Difficoltà a recuperare il giornale si hanno anche in Trentino Alto Adige. La domanda – conclude – che facciamo noi è semplice: come sperate di vendere in questo modo?”.

di Chiara Baldi | @ChiaraBaldi86
(Foto: unitaprecaria.blogspot.it)

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