Indesit, le domande che il Corriere non ha fatto a Milani

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Tre mesi dopo l’annuncio di 1.425 esuberi, l’amministratore delegato di Indesit, Marco Milani, usa il Corriere della Sera per spiegare agli italiani la bontà del suo piano di ‘Salvaguardia e Razionalizzazione’ che coinvolge circa 1/3 dei dipendenti italiani (in totale sono 4.300 i lavoratori sul territorio nazionale). Il Corriere, entusiasta di pubblicare le dichiarazioni di un ‘super manager’ del suo calibro, titola fiero: Indesit, parla l’ad Milani: “Ecco il piano industriale per restare in Italia”. Lasciando tanti punti di domanda in sospeso…

MarcoMilani

Un’intervista che assomiglia più a un comunicato aziendale che a un articolo di giornale, quella pubblicata domenica scorsa dal Corriere della Sera. Marco Milani, amministratore delegato del colosso italiano dell’elettrodomestico, non dice niente di nuovo, ma lo dice così bene che i titoli in borsa di Indesit hanno avuto un rialzo di oltre 6 punti percentuali in seguito alle sue parole. Eppure, nonostante l’ottimismo trasmesso ai mercati, il fatto che circa 1/3 dei dipendenti sia di troppo non è certo un dettaglio trascurabile. Il Corriere è però di tutt’altro avviso: dà spazio all’amministratore delegato per dire quello che vuole. Come vuole. Senza chiedere spiegazioni.

La cosa più scandalosa è che il manager non dice mai chiaramente che fine faranno i 1.425 dipendenti che rischiano il posto di lavoro. “Noi non li chiamiamo esuberi”, sentenzia. E continua a ruota libera, appellandosi a cifre che però non quadrano:

“Indesit non licenzierà nessuno. Quello che chiediamo al sindacato sono contratti di solidarietà, in attesa di capire quali possano essere gli strumenti promessi da governo ed enti locali per migliorare il piano. Ogni risorsa messa a disposizione delle istituzioni verrà aggiunta ai 70 milioni di investimenti previsti. […] La prima scelta intrapresa dall’azienda è stata di riorganizzare la parte non produttiva dei dipendenti. Sono usciti 25 dirigenti e gli impiegati fanno un giorno di cassa integrazione la settimana. Quello che chiediamo ai sindacati è di trasformare la cassa integrazione in contratti di solidarietà: 300 impiegati che lavorino al 50% con l’80% dello stipendio. In via temporanea. D’altronde dei 2.400 dipendenti a Fabriano, già oggi almeno 600 non sono utilizzati perché in cassa integrazione”.

Dopo aver letto questo monologo sembra quasi che Milani intenda liquidare la questione dei 1.425 esuberi con 300 contratti di solidarietà. La sua risposta è in contraddizione con quanto annunciato dall’azienda fino a poche settimane fa, quando si parlava di tagli al personale così distribuiti: 25 dirigenti; 150 impiegati di staff; 1.250 operai nelle fabbriche (480 a Fabriano, 230 a Comunanza e 540 a Caserta). I conti non tornano, ma la giornalista si limita a proporre alcuni argomenti, che Milani sviluppa liberamente (esuberi, critiche dei sindacati, futuro dell’azienda, etc.). La tecnica del microfono aperto davanti al super manager non prevede la possibilità di incalzare l’intervistato.

Rimangono quindi in sospeso alcune questioni fondamentali, che andrebbero approfondite.

  1. Cosa succederà esattamente alle 1.425 persone coinvolte nel piano aziendale? Solo 300 di loro avranno un contratto di solidarietà? E per gli altri, cassa integrazione e mobilità?
  2. I 300 contratti di solidarietà sarebbero “una soluzione temporanea”: si spera che nel 2015 possano rientrare a tempo pieno. Cosa accadrà agli altri 1.125 dipendenti coinvolti nel piano? Anche la loro “soluzione” sarà temporanea? E, ancora, la “soluzione temporanea” non sarà mica una soluzione “a tempo indeterminato”?
  3. I 70 milioni di euro per il rinnovo delle linee di produzione saranno investiti tutti in Italia?

Perché se l’obiettivo di Indesit è davvero quello di restare in Italia, dichiarazioni come questa stridono:

“Bisogna fare i conti con un cambio di scenario nell’elettrodomestico. Anche colossi come Whirlpool ed Electrolux che hanno basi produttive in Europa, si sono mossi verso Est alla ricerca di costi più bassi. […] A fronte di un costo di 24 euro per un’ora lavorata in Italia, in Polonia se ne spendono 5, in Turchia 6. In Italia non è più possibile produrre in modo sostenibile elettrodomestici economici”.

La ricetta sarebbe depotenziare la produzione italiana e delocalizzare poco a poco verso la Polonia? È questo “il piano industriale per restare in Italia“? Secondo il Corriere della Sera sì. Se l’amministratore delegato di Indesit dice che non si chiamano esuberi, è così. Se dice che stiamo parlando solamente di 300 contratti di solidarietà, è così. Gli impianti non chiuderanno, i dipendenti non perderanno il lavoro, Indesit “non diventerà un carrozzone”, la produzione rimarrà in Italia. Evviva! Bravo! Perché è così che si fanno le inchieste giornalistiche, con un microfono aperto davanti al Marchionne di turno. E tanti applausi.

di Francesco Marini 

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