Io sono un evasore: venite a prendermi

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“Quando la crisi ci ha investito come un treno in corsa alla fine del 2009 abbiamo fatto l’unica cosa che sapevamo fare: resistere. Ebbene sì, lo confesso: sono un evasore. E sono povero”. Per la rubrica #iosonopovero, la durissima testimonianza di Antonello, che ha investito tutti i risparmi di una vita per mettere su un’attività.

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Ho 50 anni e da circa 8 anni, dopo quasi due decenni da dipendente, mi sono “messo in proprio”. Perché l’ho fatto? Ingenuità, eccesso di coraggio. Per il folle e inutile desiderio di costruire qualcosa di mio. Ho creato, così, una micro azienda artigiana nel campo dell’edilizia, ramo specializzato delle demolizioni controllate.

In questa avventura (o meglio, sventura) io e la mia dolce metà abbiamo investito tutte le nostre energie e risorse. Ciecamente fiduciosi che onestà, buona volontà, inventiva, serietà, alla fine ci avrebbero ripagato di tutti i sacrifici. Pensavamo che il nostro “socio occulto di maggioranza”, lo Stato, ci avrebbe tutelato e protetto.

Che brutto risveglio.

Quando la Crisi (esiste davvero, sapete?) ci ha investito come un treno in corsa alla fine del 2009 abbiamo fatto l’unica cosa che sapevamo fare: resistere. Mentre i nostri parlamentari continuavano a fare finta di nulla, alimentando così la crisi che invece oggi sbandierano solo per decidere la lunghezza del bastone che domani useranno su di noi (perché “ce lo chiede l’Europa”).

Abbiamo deciso di resistere oltre ogni buon senso. Resistere quando le commesse calavano sempre più. Resistere quando incassare diventava un percorso di guerra (in particolar modo nei lavori pubblici), resistere quando i giorni lavorati diminuivano spaventosamente (dagli 88 giorni del 2010 ai 41 del 2013), resistere quando tutti quelli che fino al giorno prima consideravi amici scappavano come topi  dalla nave che affonda, temendo che la miseria fosse contagiosa. Credetemi, non c’è niente di meglio che la scarsità di denaro per dare una sfoltita alle maschere ipocrite che ci circondano.

Resistere quando tutte le porte a cui bussavi restavano chiuse, resistere quando alla tua porta bussano con la faccia feroce perché non riesci più a rispettare le scadenze. Resistere quando elemosini un prestito per provare a pagare le tasse. Resistere quando non riesci più a guardare negli occhi quei pochi coraggiosi rimasti al tuo fianco, perché ti vergogni come un ladro anche se non hai mai rubato.

Resistere mentre tutti i sacrifici di una vita si volatilizzano. Resistere con la consapevolezza che una parte di quanto hai faticosamente guadagnato contribuisce a pagare la pensione da 1.800 euro al mese di un tizio che ha fatto un solo giorno di parlamento.

Resistere dopo aver svenduto nei Compro Oro venticinque anni di ricordi, fedi nuziali comprese, per dare almeno da mangiare ai propri figli. Resistere quando in questa pseudo-nazione i miei coetanei privi di cognomi famosi o censo adeguati sono considerati meno che concime.

Resistere ripensando alle parole di Corrado Alvaro: “La disperazione più grave che possa impadronirsi di una società è il dubbio che vivere onestamente sia inutile“. Quante volte una persona può affondare e rimanere viva? Ci sono volte che non ho quasi più la forza di respirare.

Certo, mi rendo conto: una volta i poveri avevano più discrezione, si limitavano a crepare in silenzio senza rompere l’anima. Forse sarebbe molto più comodo lasciarsi andare, sono certo sarebbe più comodo per questi simulacri di faraoni che ci governano, per i quali crisi o non crisi, caschi il mondo il 27 del mese guai a toccarglielo.

Ma noi non ci stiamo, continuiamo a resistere. Oltre ai miei tre figli non mi resta altro che la dignità.

Eccolo, il vostro evasore povero, ecco la mia storia. Ora venite pure a prendermi.

di Antonello Puggioni
Foto: Laura Francesconi

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