Cosa ci ha insegnato il 1 maggio di Taranto senza sindacati

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Nella città dell’Ilva si è svolta una giornata alternativa a quella organizzata dai sindacati a Piazza San Giovanni a Roma. Per marcare la differenza su come si deve intendere la lotta per i diritti e per il lavoro. L’articolo di Michele Azzu per L’Espresso.

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«Il primo maggio ci deve ricordare che alla base del lavoro, del diritto al lavoro, c’è una lotta. Il primo maggio ci deve ricordare questa lotta. Una lotta è diversa da una scampagnata», con queste parole il cantautore Vinicio Capossela ha aderito alla manifestazione del primo maggio a Taranto, alla sua seconda edizione.

E’ un evento alternativo al concertone di Roma che nasce dal dramma dell’Ilva e dei Tamburi, il quartiere operaio ricoperto dalle polveri rosse dei veleni industriali (che L’Espresso ha raccontato qui). Lo slogan di questa edizione 2014 è significativo: «Si ai diritti, no ai ricatti. Quale futuro?».

Già, quale futuro per il lavoro, i precari, i disoccupati? Quale futuro per i sindacati? Tanti i nomi di questa festa alternativa: da Roy Paci a Fiorella Mannoia agli Afterhours. E se è vero che gli artisti vedono prima di altri i tempi che cambiano, forse è il caso di dire che questo contro-concertone del primo maggio è qualcosa più di un festival.

Scrive su Facebook ‘O Zulù, il frontman dei 99Posse: «Il concertone del 1 maggio a Taranto è l’evento di massa più vicino al significato originario della festa dei lavoratori. Non ci sono i sindacati, non c’è la diretta Tv, non ci sono impegnative da firmare sull’obbligo al silenzio». Anche Caparezza, presente a Taranto, nel 2012 aveva manifestato un’insofferenza, cantando con la maglietta de L’Isola dei cassintegrati sul palco di Roma.

Così, se per la prima volta il concertone di Cgil, Cisl e Uil conosce difficoltà di budget, se altre manifestazioni iniziano a farsi sentire, è forse solo il segno dei tempi. Tempi in cui i sindacati appaiono in difficoltà, incerti sul loro ‘target’: i dipendenti, i precari o le partite Iva. Con tentativi maldestri, come quello di Bonanni di creare un hashtag su Twitter per le partite Iva.

E sono tempi in cui i confederali escono con le ossa rotte dall’incontro con Matteo Renzi: «Avremo contro i sindacati? Ce ne faremo una ragione. Io penso ai giovani», afferma il premier. Se la fiducia dell’opinione pubblica nei confronti dei sindacati è poca, Matteo Renzi non è il solo a servirsene pubblicamente: «Qui celebriamo la morte dei sindacati», ha detto Grillo in visita alla fabbrica Lucchini a Piombino.

Fiducia o no, è vero che nell’ultimo anno alcune importanti lotte del lavoro sono state condotte dai sindacati di base: quella della Richard Ginori di Firenze, quella dell’Ospedale San Raffaele di Milano. E solo lo scorso dicembre proprio all’Ilva di Taranto, il sindacato di base Usb è diventato il secondo per numeri, superando la Fiom, in quella che è la fabbrica siderurgica più grande d’Europa, con 10mila operai.

A camminare nella via principale dei Tamburi di Taranto, su cui affacciano le case operaie coi panni stesi, all’orizzonte non si vede il solito campanile. Al suo posto la ciminiera azzurra, imponente, dell’Ilva. «Sai perché questo quartiere si chiama i Tamburi?», mi dice un operaio. «Qui c’è la rovina dell’acquedotto romano e quello è il rumore dell’acqua». Forse, come per i Tamburi, bisogna ritornare indietro, alle origini. Sembra essere questo il messaggio del concerto di Taranto e la ragione del suo successo.

Se il sindacato ha grosse colpe nell’Italia del lavoro che cambia, tuttavia, il problema è politico. Dal 2010 ad oggi l’interesse dei partiti per le emergenze del lavoro è andato via via scemando: mentre prima Berlusconi telefonava a Putin in diretta tv per riaccendere la sarda Eurallumina, se ancora con Monti i ministri osavano mettere la faccia sull’Ilva, o andare nel Sulcis in elicottero, da Letta a Renzi il governo su queste vicende è completamente sparito.

Pensiamo agli esodati a cui era stata promessa da Bersani la soluzione, pensiamo alla Fiat di cui non si parla più, nonostante tutti gli stabilimenti siano in cassa integrazione piena. E in questi giorni sono arrivati i licenziamenti per i cassintegrati Agile Eutelia e Vinyls: mille persone. Muore un pezzo d’Italia, quella “meglio gioventù” raccontata da Marco Tullio Giordana nel suo sceneggiato Rai sugli anni ’70, la gioventù del posto fisso, cresciuta nel boom economico e nell’idea di futuro di Olivetti.

E i giovani? Quelli che non hanno occupato le isole perché un sindacato non l’hanno neanche conosciuto, quelli che non hanno vertenze da aprire al ministero, quelli che per loro la Fiat, la Lucchini, l’Electrolux sono solo retaggi di un passato industriale. Quelli per cui l’Ilva dovrebbe chiudere e basta, perché inquina. C’è da meravigliarsi che per loro, spesso, il primo maggio sia solamente un concerto?

Loro che sono precari, che hanno il 42% di disoccupazione, il 50% femminile, e al sud va peggio. Loro che con un titolo di studio non ci fanno nulla, che non potranno farsi aiutare dai genitori del ceto medio impoverito. Loro, tagliati fuori da tutto: partiti, sindacati, proteste. Gli artisti, si dice, i musicisti, vedono prima degli altri i tempi che cambiano. «Il primo maggio ci deve ricordare che alla base dei diritti del lavoro c’è una lotta», dice Capossela. Forse manca poco che i giovani lo scoprano.

di Michele Azzu l’Espresso
(Foto: joy.tv)

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