Non sono una signora, il ‘piucheprefetto’ e il prete

 

Anche chiamare “signora” una donna nello svolgimento del suo lavoro – sia essa un prefetto o un medico – può essere una violenza. Nei giorni in cui riemerge il dibattito sulla discriminazione femminile, ecco il pensiero di Silvia Bencivelli, giornalista: “Ho visto un video. C’erano un prefetto e un prete. Lo confesso subito: si tratta di due categorie per le quali non nutro nessuna simpatia. Non quella dei prefetti, in particolare, ma quella dei maschi anziani di potere. Quella dei preti, invece, la trovo antipatica in generale, però in questo caso non c’entra”.

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Nel video in questione il prete non è vestito da prete ed è in mezzo a un sacco di gente educata, che presumo essere cittadini portatori di un’istanza giusta. Stanno discutendo con la politica della gestione di un enorme problema sanitario e ambientale che li tocca troppo da vicino. Il prefetto, invece, è seduto a un tavolo insieme ad altre persone importanti. Il video è stato girato con un telefonino da qualcuno che è nel pubblico. Ovviamente, quello è il mio punto di vista. Sono nel pubblico anch’io.

Nel video si vede da subito il prete, in piedi, che quasi timidamente racconta di essere stato ricevuto da una signora, gentilmente, che la signora lo ha ricevuto al mattino, la signora. La signora in questione è chiaramente un prefetto. Al primo signora sobbalzo sulla sedia: il tono del prete è educato, e sta parlando dalla mia parte, ma davvero ha detto signora? Al secondo cerco lo sguardo della prefetto, che è imbarazzato: vorrei urlarle reagisci, cazzo, fallo per noi! Al terzo mi verrebbe direttamente voglia di strozzare il prete. E pazienza se sul merito ha ragione. Lo strozzerei.

Solo che, attenzione, c’è la sorpresa.

A fare quello che avrei fatto io, vinta dalla drammatica consapevolezza di non poter strozzare nessuno, è il prefetto maschio, anziano e di potere. Che chiede, piccato: di quale signora sta parlando, mi scusi? Il prete insiste e indica la prefetto continuando a chiamarla signora. Il prefetto corregge il prete. E io penso però, bravo: non mi era mai capitato di sentire un uomo correggere un altro uomo che chiama “signora” una donna che sta lavorando in un ruolo per cui gli uomini vengono chiamati “dottore”, “avvocato” o, appunto, “prefetto”.

Però poi il prefetto perde la brocca ed esagera coi rimproveri. E io penso dai, basta. Il prete si difende dicendosi pretino di periferia. Il prefetto reagisce con ancor più rabbia. La mia antipatia per la categoria dei preti non basta a farmi giustificare tutta quella animosità, per quanto la difesa da pretino di periferia in un dibattito pubblico mi sembri scarsina. Non so da quanto tempo fossero lì, quanto fossero stanchi, il prete e il prefetto. Il prefetto aveva ragione da vendere, penso, ma oggi farebbe bene a confessare di aver ceduto troppo presto al fastidio*. Comunque, fastidio o no, nonostante il pretino paralizzato come uno studente impreparato, che si gira ripetutamente verso la telecamera a cercare consenso tra il pubblico, e con una voce femminile querula, che insiste a difenderlo, alla fine del video io mi sento di difendere il prefetto. Eh sì. Almeno per quei primi dieci secondi di signora a chi? che in questo paese sono considerati un po’ troppo questione di forme. Ha ragione il prefetto.

Perché no, non è questione di forme. Se lui lo chiami prefetto, lei la devi chiamare prefetto, se lui lo chiami dottore, lei la devi chiamare dottoressa e così via, con tutta la meravigliosa ricchezza che la lingua italiana ti concede. Non è questione di forme. Lasciatelo dire a chi queste forme le vede violare di continuo, con insopportabile leggerezza, e vi legge dietro una questione di sostanza che si risolve in un’umiliazione. Lasciatelo dire a chi si sente umiliata, dalle vostre forme.

Nella mia vita precedente, per poco tempo, lo ammetto, ho fatto il medico. Avevo i capelli corti corti, il camice bianco, il fonendoscopio blu, e un’etichetta sul petto che diceva dottoressa Silvia Bencivelli. Eppure tutti i giorni mi sentivo chiamare signorina: e non una, ma dieci volte al giorno. Il mio collega veniva chiamato dottore. E non sorprendetevi se sottolineo il fatto che a segnare questa distanza formale erano soprattutto, guarda un po’, i pazienti maschi anziani. Quelli che, corretti, invece di scusarsi sorridevano sornioni e pensavano esagerata… e che caratterino…

Avrei voluto spiegare loro che io ero dottore quanto il mio collega, e che anzi mi ero laureata prima e meglio di lui. Se mi chiamavano signorina avrei al più potuto comportarmi da quello che signorina significa: un’estranea femmina di giovane età. Non un medico. Una a cui si chiede un’informazione per strada, non una che ti tocca la pancia dopo averti sollevato il pigiama. Invece la mia soluzione fu, semplicemente, la decisione di ignorarli. Ignoravo la voce di chi mi chiamava signorina nell’esercizio della mia professione. Non riuscivo, e non riesco, a non leggere in quel richiamo una sorta di antica diffidenza nei confronti di una donna che fa un mestiere prestigioso e importante, di cui sembra galante sottolineare l’avvenenza e la giovane età piuttosto che la professionalità. Non è galante per niente, cari pazienti: è svilente, deprimente, stupido. E se voi non guardate la mia etichetta sul petto, io non sento i vostri richiami: significa che non ci riconosciamo reciprocamente nel ruolo che in questo posto dovremmo avere. Pazienza. Rivolgetevi a un dottore: a me comunque il lavoro non mancherà**.

Adesso che faccio un’altra vita, succede lo stesso. Non pretendo di essere chiamata dottoressa, anzi: adesso mi suona anche molto ridicolo nei contesti in cui lavoro. E poi in questi anni ho coltivato un nome più che un titolo: a volte ho la sciocca pretesa che basti il primo. Ma succede lo stesso, in mille altre forme. Succede di essere tra pari, o in una situazione professionale in cui mi muovo tra scienziati e giornalisti, e di essere chiamata signorina mentre gli altri sono professori. Peccato che quei professori siano lì per me e che mi trattino, invece, con grande rispetto (e forse un po’ di curiosità, ma di quella buona, da scienziato). A volte sono loro a imbarazzarsi per primi, mentre io mi mordo la lingua.

Una volta dovevo moderare un incontro, ma fui scambiata per una delle ragazze che lavorano per l’organizzazione. E mi lasciarono in disparte (chiesi di essere pagata lo stesso, eh). Un’altra volta vidi un signore in platea chiamare l’anziana organizzatrice dell’evento e chiederle, bisbigliando preoccupato, ma l’intervista mica la fa quella ragazza lì? Poi, a onor del vero, il signore alla fine venne a farmi i complimenti, quasi a testa bassa, anche se non sapeva che io prima lo avevo sentito (in questo caso ti fanno i complimenti per la grinta e per il carattere, non per la preparazione e l’abilità, ma va bene lo stesso).

Il più delle volte mi fanno semplicemente notare come io sembri molto giovane, il ché mi fa pensare che la giovane età (non è il mio caso: io ho 35 anni suonati) sia per loro un problema e mi fa ancora più arrabbiare, allora, sentirmi chiamare signorina. Perché signorina mi chiami al bar, sull’autobus o per strada. Qui stiamo lavorando. E non ho mai sentito nessuno, nessuno, nemmeno se giovane davvero, essere chiamato signorino. Al più si chiama dottore anche chi dottore non è, nel dubbio.

Torniamo al video. E chiudo.

Alla fine, non ho mica capito di che cosa parlassero davvero. Se quel prefetto stesse trattando con sufficienza le istanze dei cittadini e se quei cittadini stessero civilmente e rispettosamente discutendo di un affare della collettività. Il tutto è stato sommerso dalla canea di chi chiama arrogante quel prefetto (e vabbè, ha esagerato. Ma se avesse solo detto: “La mia collega è prefetto tanto quanto me: per rispetto della sua persona, dell’istituzione che rappresenta, di tutte le donne che lavorano, e anche dello Stato di cui siamo parte, la pregherei di chiamarla ‘prefetto’ esattamente come chiama me”, del dibattito napoletano non si sarebbe proprio sentito niente quassù. E noi ora non ne parleremmo proprio). Si è detto, e con un’insistenza davvero eccessiva, e toni volgari e insulti e urla, che “le istituzioni devono rispettare i cittadini, quello è un leinonsachisonoio”. E non si è detto che il prefetto di Napoli, tipo, per esempio (non lo so, non ho i dati) non ha strumenti per rispondere alle domande sulle discariche che avvelenano la città.

Si è detto che il prefetto ha umiliato il prete. Ma che il prete abbia umiliato me e tante altre, come tanti ci umiliano nei nostri lavori ad alta specializzazione, e che probabilmente insegni a umiliare quelle come me, a perpetuare la confusione tra una formula di cortesia desueta e la cecità di fronte a un ruolo riconosciuto ai maschi ma, sorrisino, un po’ meno alle femmine: questo non si è detto. E che lui non abbia proprio capito il motivo per cui è stato rimproverato, e che da domani ricomincerà a chiamarci signore o signorine a seconda dell’età (peraltro valutata a occhio), anche questo non si dirà.

È stato il solito pretesto, per l’Italia del 2012, per scatenare i troll che gridano sgrammaticati alla fine della politica, al fascismo delle istituzioni (tanto con le parole ci facciamo quello che ci pare, vero?), all’arroganza del potere. Però, alla fine, in questa canea, scatenata (si badi) dai fautori del pretino di periferia, si è perso l’argomento di un dibattito che invece ai napoletani immagino stia giustamente molto a cuore, per andarci leggeri. Ma soprattutto si è persa un’occasione.

Quella di dire, chiaramente e con tutta la nostra serietà, che, finché lavoriamo, non siamo signore. Siamo lavoratrici, di quelle con una formula precisa rintracciabile in poche mosse su un dizionario. E nessuno può manifestare disattenzione per il nostro ruolo. Nemmeno (o tantomeno, a seconda della vostra simpatia per la categoria) un prete.

di Silvia Bencivelli (giornalista scientifica) | @sbencivu
(22 ottobre 2012)

* Parentesi di riflessione da chi lavora nella comunicazione: il prefetto è stato anche poco furbo. Sei un maschio adulto di potere e rappresenti lo Stato italiano nel 2012: dall’altra parte hai un prete anticamorra – io non lo sapevo ma sicuramente lui sì – che sta difendendo i cittadini di un posto intossicato dai rifiuti della malavita organizzata. È ovvio che lui è il buono e tu il cattivo. Hai già perso. Avresti potuto segnare il goal della bandiera difendendo la collega donna e invece così sei sembrato uno che non è capace di trattenere la rabbia. Adesso, almeno per questo, si chiede scusa. E poi, lasciatelo dire da una che può essere litigiosa il giusto, conviene che tu faccia anche una piccola menzione al fatto che la tua collega è prefetto quanto te sebbene sia donna. Usala, la parola donna. Ci piacerai molto.

** Parentesi di riflessione da chi si sente parte di una minoranza: quando vedo trattare con leggerezza, a voce alta, con sguardi di disprezzo, con un tu deciso unilateralmente per marcare le distanze, i ragazzi africani che incontro sui mezzi pubblici, penso che loro siano veri eroi. Io, avendo a disposizione un corpo di quel tipo, sentendomi trattare di continuo in quel modo, credo che alla decima volta mi alzerei e spaccherei tutto. Per fortuna ho un corpo che non permette di cedere alla rabbia se non con l’indifferenza o con un po’ di male parole.

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36 Responses to “Non sono una signora, il ‘piucheprefetto’ e il prete”

  1. ciro pellegrino scrive:

    Marco la questione – che salva tutto – è una: il prete, padre Maurizio, non aveva intenzione di sminuire il prefetto chiamandolo signora.
    Poi parliamo seriamente, senza sofismi sul nome, il ruolo e il galateo da riunione istituzionale: come pensi che un prefetto della repubblica che è lì per andare in pensione, si possa sentire minimamente intaccato dal prete di trincea (Caivano, comune a Nord di Napoli che affaccia sul Casertano, un cesso a cielo aperto in quanto a discariche abusive e sversamenti delle ecomafie, luoghi in cui l’incidenza del cancro aumenta vertiginosamente nel silenzio assoluto)?

    Si è sentito così mortificato, il prefetto, che una manciata d’ore dopo ha organizzato nel palazzo prefettizio di Napoli la festa per il suo pensionamento. E file di auto blu sono andate a parcheggiare in piazza Plebiscito, lì dove un comune mortale come te e me può camminare solo a piedi, la piazza simbolo di Napoli, chiusa al traffico da quasi vent’anni. Basta quest’immagine per farti intendere la distanza fra l’essere chiamato eccellenza e l’essere eccellenza, fra il rappresentare lo stato ed essere lo Stato dalle mie parti.

  2. Fabio A. scrive:

    Oppercarità!

    Il prete, per la quale l’autrice dell’articolo confessa di avere una preconcetta antipatia (e fa niente che si batta contro la camorra, i rifiuti tossici e via discorrendo: le sta antipatico a prescindere, e così sia), non ha appellato il prefetto “prefetto”, se non DOPO che è stato redarguito dallo stesso, e contemporaneamente ha appellato “prefetto” la Signora.

    Emblematico, tra l’altro,che la signora articolista veda al di là del tavolo “persone importanti”, mentre dall’altra parte c’è solo un – evidentemente poco importante – pubblico. Fa niente che quelle persone “importanti” sono state appena denunciate da 35.000 cittadini per omissione d’atti d’ufficio per demandare – loro, persone importanti – ai cittadini il compito di fare quel che loro sono lautamente pagati per fare.

  3. Silvia scrive:

    Non sono d’accordo. Innanzitutto con l’introduzione, dove la giornalista ci spiega che “non nutre simpatia per nessuna delle due categorie”. Penso che un giornalista serio non dovrebbe nutrire preconcetti quando si tratta del suo lavoro, tantomeno proclamarli così.
    Oltretutto questo è un caso molto particolare. In una terra dove don Peppino Diana è stato ucciso senza pietà anche l’opera dei preti anticamorra vale oro. Se consideriamo anche che giusto un paio di giorni fa c’è stata la 161esima vittima innocente di questi criminali, chi si schiera senza paura ha tutta la mia stima. Ci sono ben altre persone da cui pretendo rispetto.

  4. Antiognio Cettrella Disora scrive:

    Solo tra meridionali poteva succedere una cosa del genere. Ma andate via dalle balle una volta per tutte? Non esiste in nessuna parte del mondo che caio o sempronio si debba chiamare eccellenza, sua santità etc…persino Obama viene chiamato a chi gli pare presidente oppure con il suo nome. Solo in Itaglia esiste il prefetto visto che è stato istuito con una legge fascista ancora in vigore.
    Anadate a zappare compreso sto quaqquaraquà ed impari l’itagliano che da anche fastidio quell’accento. Dove la presa quella laurea? A posillipo video ‘u mare?
    Che squallore di gente.

  5. Michele Azzu scrive:

    @Ciro, me l’evento che dici tu di piazza del plebiscito non intacca quello che dice Silvia. Cioè, il fatto che alcuni (moltissimi? ok) usino il titolo per sottolineare un potere, un privilegio, non toglie che la questione dei titoli da molte donne è vissuta come una discriminazione. Lo racconta bene Silvia nel post, basandosi sulla sua esperienza professionale. Poi sulla reazione esagerata siamo tutti d’accordo, ma non fare populismo Ciro, dai

  6. ciro pellegrino scrive:

    Basterebbe leggere la lettera del prete inviata al prefetto per capire.
    Detto ciò, voi ignorate il problema che ha generato quella riunione: ma di che stiamo parlando, scusate?

  7. Matteo scrive:

    Chi ha scritto l’articolo ha perfettamanete ragione.
    In Italia è importante dare un appellativo importante ad una persona, sennò è meglio non rivorgergli/le neanche la parola.

    E intanto chissenefrega se si va a rotoli.

  8. Marco Nurra scrive:

    @Ciro ho appena linkato la lettera di cui parli nell’articolo. Grazie.

  9. Carmine scrive:

    Dall’articolo sembra quasi che uno studia anni ed anni solo per farsi chiamare ” dottore” ” ragioniere” “perito” anzichè per esercitare con soddisfazione un ruolo nella società.
    Nella vita ho sempre preferito gente umile , e quest’articolo un pò mi disgusta.
    Nell’articolo si è fatto riferimento rancoroso , uscendo a parer mio fuori tema, alla mancanza di rispetto nei confronti delle donne, questi elementi ci sono e sono da condannare ma queste persone vanno viste con pietà e lasciano il tempo che trovano. Fermo restando che non è questo il caso.
    Un saluto a tutti i signori e signore…..ops , un saluto a tutti i ragioniere e ragionere , a tutti i dottori e dottoresse , ecc ecc

  10. Marco Nurra scrive:

    @Carmine “Dall’articolo sembra quasi che uno studia anni ed anni solo per farsi chiamare ” dottore” ” ragioniere” “perito” anzichè per esercitare con soddisfazione un ruolo nella società.”

    Assolutamente no, l’articolo dice ben altra cosa. :)

    Abbracci.

  11. giuseppe todaro scrive:

    onestamente mi sono rotto le scatole di questi appellativi. dottore, avvocato, prefetto, onorevole ecc ecc. siamo uomini e donne prima di tutto. non siamo importanti per quello che facciamo ma per il fatto di esistere.
    Quando mi capita di chiamare una persona “Signora” lo faccio con tutto il rispetto del mondo, perchè dottori o quantaltro lo possono essere tutti. Signora no. Signora è il titolo per eccellenza. Significa donna, mamma, nonna creatrice della specie e salvaguardia della stessa. Signora è il titolo a cui tutte doverebbere ambire.

  12. Andiomocene via da qui scrive:

    Cara Silvia, questo “rispetto per le istituzioni” detto con tale arroganza è uno schiaffo in faccia a chi queste “istituzioni” deve subirle. Lei è una giornalista, si alzi in piedi ed apra gli occhi che di gente con gli occhi occhi chiusi in questo paese ce n’è troppa. Faccia il suo lavoro con dignità ed onestà e vedrà che un giorno non si sentirà offesa dalle parole delle persone ma dai misfatti dei nostri oppressori. La politica stà restaurando la monarchia con la corte ed i vassalli. I signorotti locali fanno quello che vogliono e speriamo che un giorno non avremmo a soffrire offese ben peggiori di quelle arrecate da questo prete a “tutte le donne del mondo”. Si svegli.

  13. Dario scrive:

    Non ho visto tutto il filmato e non so se il prete chiamava lui prefetto e lei signora; sono d’accordo con lei che le donne vanno chiamate prefetto o dottoressa esattamente come i maschi, e qui il prete ha fatto un errore; ci stava pure un educato richiamo; ma il prefetto ha torto marcio ad umiliare così un cittadino. Perciò, va benissimo, ed è sacrosanta la difesa della posizione della donna, ma altrettanto forte ed appassionata vedrei la condanna del comportamento del prefetto.
    un saluto

    Dario

  14. Paolo Benedetto scrive:

    Rispetto, dignità, autorevolezza e quant’ altro, si acquisiscono con l’ esempio, il lavoro, la serietà ecc. Non è un titolo “nobiliare” a conferirli a chicchessia.
    L’ articolo mi pare aria fritta.
    CORDIALITA’

  15. Michele Azzu scrive:

    Chiedo scusa a tutti ma ho dovuto cancellare un commento precedente perché conteneva un insulto alla giornalista, e non mi pare proprio il caso di ospitare su questo sito commenti del genere.

    Ringrazio tutti delle opinioni, vorrei solo rispondere a @Giuseppe Todaro, che scrive: “Signora è il titolo per eccellenza. Significa donna, mamma, nonna creatrice della specie e salvaguardia della stessa. Signora è il titolo a cui tutte dovrebbero ambire.”
    Senza offesa ma è un commento davvero maschilista. Perché diavolo una donna dovrebbe volere ambire, per forza, a questi titoli? E Perché una donna dovrebbe volersi sentire chiamare donna, mamma, nonna creatrice della speciae sul posto di lavoro, mentre fa il medico o il prefetto o qualsiasi altra mansione, di rilievo o no?

    Grazie.

  16. Michele scrive:

    Mi meraviglio di come una Giornalista che si autodefinisce scentifica, fosse lì ma senza sapere di che cosa si stesse parlando…forse sonnecchiava e si è svegliata solo al momento in cui si è ritenuta offesa…finche l’Italia avrà come problema principale la forma e non la soluzione dei problemi non ne risolveremo mai nessuno, vorrei ricordare che il Sig. prefetto…tanto la signara che il signore vengono pagati con le nostre tasse…e quindi dovrebbero essere loro a rivolgersi al loro datore di lavoro con rispetto

  17. emanuele scrive:

    Al prefetto dei titoli della sua collega non gliene importa una bella mazza. Era solo infastidito da quel “pretino di campagna” che ha avuto il coraggio da sfidare le istituzioni ponendo loro un problema.

    L’articolo di Silvia Bencivelli è aria fritta: ad essere umiliati non sono le donne ma tutti i cittadini governati da persone così arroganti.

  18. hughich scrive:

    Solamente in Italia si poteva vedere una querelle del genere per un fatto tanto assurdo.
    Ma l’autrice è conscia del fatto che ormai solamente in Italia si usano i titoli? In qualsiasi altro paese, a parte rare eccezioni, qualsiasi carica pubblica viene appellata come Sir o Mr. ed i relativi femminili, solo qua, da veri provinciali, siamo ancora attaccati a queste scemenze tanto da vedere scenette del genere e scriverne per giorni e giorni.
    Per concludere, non sarebbe ora che gli “uomini istituzionali” iniziassero finalmente ad indignarsi per la vera sostanza invece che per la ben trascurabile forma?

    Spero solo che non si ritorni a misurare quale comune ha il campanile più alto….

  19. Yuri Tosini scrive:

    Io credo che non si tratti di rispetto, quando il prete chiama signora il prefetto, ma abitudine, assolutamente non discriminante, secondo me, se non per chi queste “discriminazioni” le vive in maniera un po’ morbosa. Il punto è che, di fronte al merito di ciò che si stava discutendo, qualunque altra considerazione doveva essere annullata, punto, compresa quelle della scrittrice dell’articolo.
    Anche nel rivendicare un titolo, discriminatorio di per se dato che pone in evidenza le differenze di potere e culturali degli interlocutori, trovo vi sia un’arroganza che non possiamo più permetterci, se mai abbiamo potuto, se vogliamo veramente impegnarci a porre fine, o almeno ad intraprenderne la strada, a queste piaghe nauseabonde indegne di un paese la cui maggioranza dei cittadini è onesta ed impegnata a vivere con correttezza la cosa comune.
    Mettiamo da parte i campanilismi, anche di genere, se vogliamo riuscire veramente, se vogliamo consegnare un mondo migliore ai nostri figli.

  20. Claudio Forina scrive:

    Fermo restante il rispetto per la donna,
    guardate con attenzione ciò che è successo e ditemi se il prefetto “ha rispettato il cittadino prete mentre spiegava gli acccadimenti.
    In seguito ha dimostrato con una serie di “gaf dialettiche” che anche il prefetto non è perfetto.

  21. Marco Nurra scrive:

    @Claudio, queste stesse cose le ha dette anche l’autrice dell’articolo.

    @michele @hughich il punto non è il titolo (avvocato, prefetto, dottore, etc), ma la discriminazione di genere. Forse dovreste rileggere l’articolo con maggiore attenzione. Specialmente @michele: l’autrice NON stava coprendo l’evento pubblico (non era lì, come dici tu), ma sta commentando il video in questo post di opinione.

  22. M. Fogo scrive:

    Devo proprio dire che questo articolo mi ha veramente infastidito e le ragioni sono molteplici e variegate.
    Intanto non è assolutamente detto o scontato che uno ci azzecchi a chiamare una persona con un qualsiasi titolo, che sia avvocato, ingegnere, dottoressa o quant’altro. Nemmeno signora va bene (sono stato personalmente apostrovato da una persona di sesso femminile e ultraottentenne che al mio “buongiorno signora” mi ha risposto acida “Signorina, prego!”)
    Altro esempio, in ospedale qualche tempo fa… tutti col camice bianco come li chiami? Infermiere/Infermiera? Dottore/Dottoressa? Se sbagli il titolo, ti guardano male… Sono laureato e sapete una cosa? Del titolo mi frega meno che niente e anche sul lavoro, quando è possibile, cerco di farmi chiamare col mio nome proprio (abbreviato persino!), ma se mi dicono “signore” non mi arrabbio e non mi sento di “correggere” nessuno. So chi sono, so quanto valgo e nessun titolo al mondo potrà mai modificare questo. Nemmeno se diventassi presidente degli USA.
    Credo che una sana dose di umiltà corredata da un sano attaccamento alle cose importanti e un po’ meno alle CAZZATE (PER TUTTI) non può che fare bene, mentre alterarsi per un titolo sostituito con un generico Signore o Signora… beh da la chiara dimensione del valore di queste persone!

  23. hughich scrive:

    @Marco Nurra, io l’articolo l’ho letto e bene, come tanti altri dello stesso tenore ed ognuno è libero ma, ribadisco, solo in Italia si può fare una questione di un evento simile.
    Leggere che l’autrice al sentire il termine “signora” non seguito da “prefetto”, “sobbalza sulla sedia” mi viene solo da ridere.

    Ma un filmato qualsiasi di riunioni tra ben più alte cariche politiche l’ha mai vista l’autrice? E parlo di Europa, Nazioni unite e molti altri eventi in cui il Mr. o Mrs. sono di rigore per TUTTI…lei sobbalza ad un “signora”, ed al secondo si scandalizza pure come se chissà cosa fosse successo.

    Ma davvero, in un’Italia in cui, ogni 5 minuti, in tv passa pubblicità di alcoolici e gioco d’azzardo, iniziate a sobbalzare per qualcosa di serio!

  24. Marco Nurra scrive:

    @hughich ripeto, non si parla dell’uso del titolo/carica ma della discriminazione di genere (e l’articolo lo spiega bene questo), quindi gli esempi che fai tirando in ballo l’Europa e le Nazioni Unite c’entrano veramente poco. Suvvia.

  25. Marco Nurra scrive:

    @hughich come tu stesso dici parlando di UE e ONU: “il Mr. o Mrs. sono di rigore per TUTTI”, quindi sottolinei che non c’è nessuna discriminazione tra uomo e donna. Ecco, l’articolo invece parla di situazioni quotidiane nelle quali questa discriminazione c’è eccome. ;)

  26. hughich scrive:

    Marco, che in Italia ci sia discriminazione sessista (e la colpa non è solo dei “maschilisti”) non c’è dubbio, ma infilarla per forza in questa faccenda è travisare l’episodio.
    Personalmente non vedo proprio alcun nesso tra questa faccenda e la discriminazione sessista ma, per carità, se tu e l’autrice lo vedete chiaro, come posso convincervi io del contrario?
    Io rimango del mio parere e voi del vostro mica è un problema no?

  27. Il barone scrive:

    Mi meraviglio che con tutti i problemi gravissimi che ci sono in Italia si dia peso a queste emerite cazzate: il titolo “nobiliare” è più importante di essi. Intanto in America o Gran Bretagna si da del “tu” persino alla regina, noi stiamo a guardare la forma e mai il contenuto delle questioni. Meglio 100, 1000 di questi pretini che anche un solo borioso prefetto o giornalista donna che si sente offesa! Probabilmente un camorrista li avrebbe trattati entrambi con più rispetto, tra colleghi….

  28. luca scrive:

    Se la prima cosa di cui si accorge questa giornalista è il modo con cui il prete si rivolge al prefetto, significa solo che è proprio lei, per prima, a giudicare con preconcetto, diversamente avrebbe fatto più caso a quanto il prete stava dicendo nella sostanza.
    Chissà poi se la “Signora” Prefetto ha fatto qualcosa per meritarsi la qualifica così come il Signor Prefetto, che peraltro sembra più concentrato a screditare il prete piuttosto che far valere i diritti di donna della sua collega.

  29. Marco Nurra scrive:

    @hughich ci mancherebbe altro. Io non contestavo mica la tua opinione. Rispettabilissima. Volevo solo farti notare la pochezza argomentativa con cui la portavi avanti: travisando il problema e portando esempi che poco avevano a che vedere con quello che dice l’autrice del post.

  30. Dario Carta scrive:

    Ho letto il post di Silvia e mi sono fatto un’idea personale sulla vicenda:

    1- il prete secondo me non voleva offendere il prefetto. quel “signora” e’ stato usato in maniera involontaria e dopo che l’hanno corretto ha usato il termine “prefetto”.

    2- il prefetto di napoli si è comportato in maniera arrogande e maleducata. poteva fargli notare la cose senza aggredirlo in questo modo.

    3- certe persone che commentano qui sopra, insultando la giornalista che ha scritto l’articolo, dovrebbero solo vergognarsi. non siete capaci di ribattere in maniera educata? cafoni.

    4- tutta la vicenda, inclusi alcuni commenti lasciati prima di me, dimostrano che il “maschilismo” è radicato nella nostra cultura.

  31. Carletto scrive:

    Secondo me il povero prete non voleva offendere nessuno. Se gli avessero fatto notare con gentilezza il suo “errore” si sarebbe sicuramente scusato e avrebbe usato il termine “prefetto”.

  32. franco 5 stelle scrive:

    È molto più semplice di come vuole farci pensare la signora che ha scritto l’articolo.

    1) Prefetto = CASTA

    2) Prete = POPOLO CONTRO LA CAMORRA

    3) E voi da che parte volete stare? Dalla parte della CASTA o da quella del POPOLO?

  33. Filippo scrive:

    Un articolo come questo fa cadere le braccia ancora più giù. Da una “giornalista” e pure “scientifica” mi sarei aspettato un “balzo sulla sedia” per lo squallore e le nefandezze provocate dall’inquinamento nella terra dei fuochi (oggetto dell’incontro tra prete e prefetto, dato che quasi nessuno ne parla)., non certo per un gentilissimo ed educatissimo “signora” rivolto a una “signora”.
    Avvilente, triste, tristissimo. Le donne che per sentirsi importanti devono essere chiamate con nomi maschili (prefetto, ministro, presidente, dottore, avvocato) mi fanno ancora più pena. Incazzatevi affinché si utilizzino i corrispettivi FEMMINILI di tali cariche, non perché si chiama” signora” una donna adulta. A prescindere dalla carica che ricopre.

    Totò diceva “signori si nasce” e in molti, vedo, non lo nacquero. Però, medesimo film, Peppino diceva: meno importanti sono e più fregnacce scrivono (sui biglietti da visita). Mi sembra proprio il caso della dottoressa scientifica signora dell’alto ordine de sta ceppa.

  34. silvia bencivelli scrive:

    scusate se compaio solo ora.
    preciso che:
    1. non ero lì, ma ho commentato il video. ho visto il video lavorando ad altro, quindi più o meno come un qualsiasi lettore.
    2. credo proprio (e mi pare di averlo scritto) che prete e cittadini avessero ragione da vendere e sono dispiaciuta che l’episodio sia sovrastato dalle urla di chi grida alla casta, all’arroganza e così via. ma non posso non notare che il rumore è arrivato in principio dai fautori delle parti del prete, con questo impedendo una serena discussione sui temi del dibattito (sono peraltro anche abbastanza dell’idea che senza questo casino la questione amianto a napoli non sarebbe tornata sui giornali per via di un dibattito tra cittadini. e lo so perché a quel tipo di dibattito ho partecipato. ah: ho partecipato dalle parti del cittadino).
    3. sono sobbalzata sulla sedia perché l’esperienza mi ha reso sensibile all’argomento. e credo di non riuscire troppo ad accettare, nemmeno se ribaditi con insistenza, gli inviti dalla parte maschile a considerarla una questione irrilevante.
    4. è ovvio che ci sono problemi ben peggiori. ma così ovvio che non capisco perché abbiate dovuto scriverlo in tanti. vi assicuro, però, che nel nostro paese quello è sintomo di un problema grave.
    5. non capisco perché dovrebbe essere un inutile formalismo il chiamare “prefetto” un prefetto e ricordare che anche quella accanto, pur essendo donna, è un “prefetto”. per lei sì e per lui no? ditemi poi se all’università il professore lo avete chiamato mai “signore” o “ehi tu”. e da oggi provate a fare un po’ più caso a quante vostre colleghe vengono chiamate per nome o “signorina” da estranei, in sede professionale, e mettetevi nei loro panni. il formalismo a gettoni non mi convince, ecco.

    ah: che il prete fosse in buona fede è pacifico. non mi sembra una buona notizia, però.

    (infine: non so voi ma se mi rivolgo in inglese a un estraneo lo chiamo “sir”, tipo “excuse me sir, i’m looking for… could you please…”. poi ogni lingua ha le sue formule. non mi pare il caso di fare confronti. “cunt” in inglese è una parola orribile, mentre da noi “figa” è un complimento).

  35. Fabio Alemagna scrive:

    @Silvia Bencivelli

    Come ho già avuto modo di scrivere nel mio primo commento, di quest’articolo è la premessa ad essere in fallo. Ovvero, nel tuo articolo scrivi “Se lui lo chiami prefetto, lei la devi chiamare prefetto” e chiunque, guardando il video all’oggetto di quest’articolo, può constatare da sé che così effettivamente è stato: il prete appella il signore con la sua qualifica di “Prefetto” solo dopo che questi lo redarguisce, e contemporaneamente appella così anche la signora.

    Caduta la premessa, cade l’intero castello di argomentazioni costruito su di essa.

    Di più. Nell’articolo tu scrivi che “Il prefetto aveva ragione da vendere”. Il punto è che se anche ci fosse stata da parte del prete una differenza di trattamento tra l’uomo prefetto e la donna prefetto, non era questa la ragione dietro il rimprovero ricevuto dal prete, la ragione era piuttosto la mancanza di rispetto (a parere del prefetto) alla figura istituzionale del prefetto in sé, che fosse uomo o donna poco importa.

    Ancora di più: ci sono fondati motivi per ritenere che l’uscita dell’uomo prefetto sia stata dettata esclusivamente dall’irritazione dovuta all’affronto percepito per il fatto che un banale prete si stesse rivolgendo a lorsignori “importanti” con il muso duro di chi non ha niente da temere e gli sbatte in faccia i loro più che evidenti torti.

    Insomma, per concludere, e spero tu non me ne voglia: mi piacerebbe che si sobbalzasse sulla sedia per ben altre ragioni che questa. Poteva essere l’occasione per portare alla ribalta anche su queste pagine la questione irrisolta dei roghi di rifiuti tossici in Campania, che avvengono con la connivenza delle istituzioni, che si sono pure beccate una denuncia da parte di 35.000 cittadini. Da una “giornalista scientifica” (che evidentemente tiene anche a specificarlo, dando fondatezza all’ipotesi di qualche commentatore precedente secondo il quale a te sembri importare più il titolo che la sostanza) io, perdonami l’arroganza, non mi aspetterei niente di meno.

    Con rispetto.

  36. Quando un cittadino un po’ più potente del povero don Maurizio si comportò così, nel corso di una riunione ufficiale con decine di sindaci campani, chissà perché nessuno lo “mise al suo posto” per aver offeso e umiliato la dignità delle *signore* presenti:
    http://www.youtube.com/watch?v=zsaTXA92HO8

    Un cordiale saluto
    m.s.

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