Ex Golden Lady: perdere il lavoro 2 volte in 13 mesi

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Una doccia fredda per lavoratrici ex Golden Lady che perderanno il lavoro per la seconda volta in 13 mesi, di nuovo sotto Natale. Una delle due aziende che avevano rilevato lo stabilimento di Gissi, ricollocando le maestranze, ha sospeso le attività definitivamente. Vi raccontiamo l’odissea di chi lavorava in Golden Lady, poi in New Trade, e oggi è di nuovo senza niente.

Il 25 novembre 2011 chiude lo stabilimento Golden Lady di Gissi, mandando a casa 382 lavoratori (in maggioranza donne, quindi useremo il femminile), perché l’impresa decide di delocalizzare la produzione in Serbia come già fatto per Omsa di Faenza. Su questo blog ospitiamo, in quei giorni, la testimonianza di due cassintegrate: Giuliana e Graziella. A detta del fondatore del colosso calzaturiero, Nerino Grassi, la delocalizzazione è una scelta inevitabile, obbligata dal mercato. Peccato però che il gruppo, e sono parole del Sig. Grassi, abbia registrato negli ultimi anni una media di fatturato “stabile in questi anni di circa 620 milioni di euro”.

Luglio 2012, dopo mesi di protesta la vertenza Golden Lady sembra sbloccarsi verso un lieto fine, grazie alla vendita dello stabilimento e al collocamento di tutte le ex lavoratrici in due nuove aziende di settore. La società Silda Invest, che assume 214 lavoratrici a tempo indeterminato, e la fabbrica tessile New Trade, destinata ad assorbire il resto degli esuberi. Tutto sembra concludersi per il meglio.

A fine ottobre i primi altarini della New Trade si scoprono: su 50 assunzioni, 20 sono già fuori. “Siamo spiacenti di comunicarle il Suo licenziamento con effetto immediato per mancato superamento del periodo di prova”, dice la lettera di licenziamento. “Già, il periodo di prova. L’accordo prevede un mese di prova, ma noi siamo state licenziate dopo 10 giorni”, spiegano le lavoratrici. A novembre, dopo due settimane dall’inizio delle attività viene sequestrato il capannone da parte della Forestale per l’assenza di una fidejussione. Passano pochi giorni e l’attività riparte.

Il 18 dicembre la situazione precipita definitivamente, con il comunicato dello stabilimento che annuncia la sospensione delle attività con effetto immediato. Tutti a casa per Natale, senza lavoro, per il secondo anno consecutivo. Senza contare che il mese di ottobre non è stato ancora pagato, perché l’impresa ha detto chiaramente di non avere soldi per gli stipendi arretrati.

Problema burocratico? Sarà, ma è una faccenda che si trascina dall’apertura, con il consueto scaricabarile che accompagna queste situazioni. Inizialmente la proprietà si era lamentata dei ritardi della Regione nel rispettare gli accordi presi. Alla base della sospensione odierna, però, pare che ci siano delle lacune nella documentazione presentata dalla stessa azienda. Nonostante questo, la dirigenza di New Trade insiste col fatto che la Regione Abruzzo continua a non rispondere alla richiesta di finanziamenti, perché il governo regionale non ha accettato la fideiussione sottoscritta. E poi c’è anche chi critica la Regione per aver gestito “con pressapochismo” la regolarizzazione dei permessi. Camillo D’Amico (Pd) sostiene que “la documentazione riguardo la fidejussione non rispetta alcune norme. […] Penso che dalla parte della Regione ci sia la volontà di sbrogliare la matassa, anche perché mi risulta che i fondi siano stati già stanziati”. Un tira e molla che crea solo confusione e di certo non aiuta i lavoratori, traditi, usati e presi in giro da istituzioni e impresa.

Sabato 22 dicembre alle 9:30 del mattino le lavoratrici si sono date appuntamento davanti ai cancelli dello stabilimento per iniziare il presidio di protesta. Per il secondo Natale consecutivo.

di Marco Nurra | @marconurra

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