Quando Matteo Renzi diceva: “Cancelleremo la cassa integrazione”

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La cassa in deroga doveva finire qui. Ma è stato necessario rifinanziare gli ammortizzatori, perché i soldi erano già stati spesi. E i sussidi universali? Rinviati a data da destinarsi. Sembra il gioco delle tre carte: spostare i soldi da una parte all’altra in una rincorsa all’emergenza che non conosce fine. L’articolo di Michele Azzu per L’Espresso. 

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“Cancelleremo la cassa integrazione in deroga”: era questa l’intenzione del governo Renzi, e del ministro al lavoro Poletti, più volte ribadita in questi 5 mesi di governo. I motivi della scelta sono noti: la cassa in deroga è uno strumento oneroso, che tiene spesso in vita aziende decotte. Un sussidio che dura troppo a lungo, anche diversi anni.

Eppure, alla resa dei conti, il governo ha fatto marcia indietro. Gli ammortizzatori in deroga sono stati rifinanziati con 1 miliardo e 720 milioni, fanno sapere dal governo. La copertura sale di 320 milioni in più su quanto previsto dalla Legge di Stabilità per il 2014 (circa 1 miliardo e 400 milioni). Ma le cose non stanno esattamente così.

Il governo è stato costretto a rifinanziare la cassa in deroga, per due motivi. Primo, la riforma del lavoro è ferma, e con essa la riforma degli ammortizzatori: «Se tra sei mesi, a gennaio, non ci sarà stata avranno avuto ragione i pessimisti», ha affermato il premier. Secondo, del miliardo e 400 milioni stanziati per il 2014, buona parte è già stata spesa. Circa 800 milioni sono stati utilizzati per il 2013. Altri 450 milioni consistevano in somme residue già assegnate ad alcune regioni.

È stato quindi necessario spostare ai fondi della deroga altri 678 milioni di euro per il 2014. La copertura complessiva di questi ammortizzatori, quindi, sale di 300 milioni, ma su soldi che non ci sono più. Parlare di “copertura che sale”, non è semanticamente corretto. Ma cosa ha portato il governo a rivedere le sue intenzioni? A far convergere somme così ingenti a uno strumento che per loro dovrebbe finire? Poteva essere questa la “volta buona” per finirla con la cassa in deroga?

Forse no. Perché il problema riguarda proprio i soldi. Il rifinanziamento, infatti, non riguarda il futuro della cassa integrazione e della mobilità in deroga ma principalmente il suo presente. In tutta Italia, infatti, i pagamenti della cassa integrazione e delle mobilità in deroga, scontano pesanti ritardi da ormai oltre un anno. Dagli operai sardi dell’Alcoa, alle cassintegrate del tessile in Emilia Romagna, fino agli ex dipendenti della chimica le proteste sono le stesse: “Da mesi aspettiamo i sussidi”.

Nei giorni scorsi si è molto parlato dell’allarme lanciato dal commissario alla spending review Carlo Cottarelli: «Si sta diffondendo la pratica di autorizzare nuove spese indicando che la copertura sarà trovata attraverso future operazioni di revisione». Mentre, spesso e volentieri, i soldi sono già spesi e le coperture sono virtuali. Qualcosa di simile sembra essere accaduta anche qui. Un po’ come se lo Stato fosse debitore da diversi mesi nei confronti di 350mila persone: quelle che dipendono dagli ammortizzatori in deroga.

La riforma degli ammortizzatori sociali, dunque, è rinviata a data da destinarsi. E quando arriverà il momento sarà un giro di boa importante per Matteo Renzi. Perché per gli ammortizzatori servono soldi, per riformarli servono soldi, per includere nuovi soggetti – come questo governo ha più volte affermato di volere fare – servono soldi. E i fondi si aggirano sempre nell’ordine delle centinaia di milioni di euro.

Si diceva: il governo ha dovuto rifinanziare gli ammortizzatori in deroga, con 678 milioni di euro. Da dove arrivano questi soldi? Principalmente dai fondi inutilizzati del “bonus Letta” per le assunzioni – rivelatosi un flop con sole 22mila assunzioni in 7 mesi – e dai contratti di produttività.

Sembra il gioco delle tre carte: spostare i soldi da una parte all’altra in una rincorsa all’emergenza che non conosce fine. Tirare una coperta ormai cortissima. E i sussidi universali di cui si parlava negli scorsi mesi? Potrebbero includere la platea dei lavoratori a progetto, i co.co.pro. Sono 650mila in tutta Italia. Ma il governo, in realtà, parlava di 300mila nuovi soggetti inclusi. Un po’ pochino per parlare di universalità.

 

di Michele Azzu | L’Espresso | Foto: Flickr Palazzo Chigi 

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