Precari, come d’autunno sugli alberi le foglie

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La Sapienza, Roma

Precari. Si sta come d’autunno sugli alberi le foglie.

Quando Ungaretti scrisse questa brevissima poesia forse non immaginava che sarebbe bastato cambiare il titolo ai versi di “Soldati” perché queste poche parole descrivessero un altra generazione. Quella che come “fronte” ogni giorno ha una cattedra sospesa. Un lavoro che gli assicura una stabilità di tre mesi, due anni, non di più, o ha la durata addirittura solo di un progetto.

Precari è di Youness Khalki. Un aforismo troppo facile, molti penseranno, visto che la parola nuova è solo una. Noi crediamo che questo ragazzetto nato nel 1984 in Marocco, laureato in architettura e ora residente a Verona, abbia fatto quello che infondo ogni poeta desidera nel profondo. Che la propria poesia venga presa, stravolta, usata, sciupata e cambiata, che viva ancora per generazioni e generazioni e parli sempre a qualcuno. Khalki non è stato irrispettoso con Ungaretti ma ha semplicemente coltivato la memoria dei suoi versi.

La parafrasi, quella che ti chiedono a scuola durante l’interrogazione, è “I precari sono come le foglie degli alberi in autunno”. Pronte a cadere.

Chi ci segue da un po’ penserà che siamo un gruppo di ragazzi noiosi, un po’ matti, ossessionati dall’industria e l’economia. L’economia che va male, primario, secondario, terziario. Che queste manie di scrivere e raccontare solo di operai non ci permetta di cogliere e interpretare una società che invece, siamo i primi a vedere, va a rotoli.

La scuola l’abbiamo terminata da poco, pochissimo, e quindi chi, più di noi, può cogliere il dramma di una professione allo sbando?

Di una lotta, quella dei precari della scuola di cui andremo a trattare prossimamente, che combatte non solo per il proprio posto di lavoro ma per mantenere l’istruzione dignitosa e equa per tutti. Una protesta, un movimento, quello di questi precari, che si differenzia da tutte le altre vertenze perché chi ha perso il lavoro o è stato dequalificato, per la prima volta, difende anche il diritto dell’utente ad avere quel servizio che non potrà avere più.

È come se i clienti di una azienda di scarpe scendessero in piazza con gli operai perché non vogliano che quell’impianto chiuda.

Quando si parla di Scuola si parla anche di questo valore aggiunto. Del danno che ogni posto di lavoro in meno crea nella società per i decenni avvenire. Di studenti e genitori.

In Sardegna, ad esempio, chiudono trecento scuole. Quelle dei piccoli paesi. 2448 posti di lavoro scompaiono. Si consuma una strage di posti di lavoro qualificato in una terra che ha ancora il tasso più alto di abbandono scolastico in tutta Italia.

La riforma della Gelmini – senza nessuna polemica politica, per carità – o forse dovremmo dire di Tremonti, il nostro Ministro dell’Economia che si comporta più come Ministro del Bilancio, visto che la sua unica preoccupazione sono i conti da tenere in ordine. Mai un investimento che guardi ai prossimi dieci anni. Travolge non solo persone, ma anche principi costituzionali. Ogni taglio fatto alla scuola pubblica, è un taglio all’uguaglianza fra gli alunni, gli insegnanti e i ragazzi normodotati e disabili. Fra i sessi, sì ho detto bene, perché è risaputo: l’insegnamento è uno dei mestieri più scelti dalle donne italiane. Una controriforma che mette le mamme che non hanno più il tempo prolungato, davanti alla drammatica scelta: restare con il figlio o lavorare per pagare una babysitter che nelle ore non più coperte dalla scuola assista i più piccoli?

Senza parlare del danno che viene fatto all’Italia. Il nostro bel paese, stanco e popolato da anziani non si occupa MAI dei propri nipoti, che da questa istruzione scadente, appiattita e non meritocratica, verranno travolti.

La Penisola se continuerà a non investire nei giovani e nella cultura verrà definitivamente posta fuori da qualsiasi G8,9,10 o 20, perché assolutamente incapace di guardare al futuro e quindi alla crescita.

E visto che ci piacciono tanto le citazioni possiamo fare un altro bel giochetto che spieghi come sono messi i giovani italiani. Quindi anche noi.

Ernest Hemingway aveva definito la sua generazione “perduta”. Nicholas Ray, quella americana degli anni 50 “bruciata”. Poi è arrivata “la meglio gioventù” del “68. Poi il buio del terrorismo, e ora se volessimo definire la nostra potremo rubacchiare il verbo da Hemingway e ritenerci “Quelli che non hanno nulla da perdere”… eppure non lottano. Ma non è certo il caso di questo blog, nato per chi crede che CHI LOTTA PUO’ PERDERE CHI NON LOTTA HA GIA’ PERSO!

Occuparci anche di questi lavoratori è un dovere. Perché significa occuparci del futuro di tutti noi. Ecco un’altra vertenza che merita di essere raccontata.

di Claudia Sarritzu
(11 novembre 2010)

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