Saras: morire dentro una culla, senza colpe

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I colleghi ricordano Pierpaolo Pulvirenti

La Saras ha perso 4 uomini in due anni, non è una partita di pallone, nessuno è stato venduto o è infortunato. Bruno Muntoni di 56 anni, Daniele Melis di 30 anni, Gigi Solinas di 26 anni e Pierpaolo Pulvirenti di 25, sono deceduti respirando idrogeno solforato. Se non lavori in un petrolchimico forse non capirai mai come possano accadere tragedie simili. Ti resta l’amaro in bocca, chi ancora sa scandalizzarsi conserverà la rabbia, chi ha bisogno di capire, fa domande, spesso sono monologhi, le risposte arrivano troppo tardi e solo se la prescrizione non interromperà il processo. Assieme alla morte di Pulvirenti, studente siciliano che in tre mesi voleva racimolare un gruzzoletto per l’estate, per non pesare sui genitori, è arrivata anche la richiesta del Pm di 2 anni e 8 mesi per due dirigenti dell’impianto e per mettere un punto alla tragedia del 26 maggio del 2009.

Siamo andati a chiedere per le vie di Cagliari, ai cittadini cosa pensano dell’ennesima morte bianca che ha colpito la loro comunità, Sarroch è un paesino vicino al capoluogo. Le risposte sono di rassegnazione. C’è chi ammette che le colpe sono sempre delle aziende ma siccome non ci si può fidare “oramai dei padroni” l’operaio deve stare attento e badare a se stesso.

Quando si arriva a trasferire la responsabilità in capo alla vittima, significa che non ci si fida più del sistema paese, dei suoi 1800 circa ispettori della prevenzione, troppo pochi per occuparsi di controllare tutte le 6milioni di aziende sparse per l’Italia, che si è tornati indietro di un secolo rispetto alla concezione di lavoro, che l’uomo non può venire dopo il profitto. Il cinismo dei passanti alle nostre domande, i loro sguardi non più scandalizzati, le loro risposte sanciscono che è l’operaio che deve badare a se perché nessuno baderà a lui, sono l’ennesima sconfitta di uno stato che continua a parlare di Ruby, che non vede un futuro, che gioca la sua partita da solo, senza guida, senza speranze, con le sue 1080 “morti bianche” del 2010.

Alla domanda “Perché le chiamiamo morti bianche, lei lo sa?”, vogliamo riportare la risposta di una signora che commossa ha affermato: “Morire a lavoro è come morire dentro una culla, senza colpe.”

di Claudia Sarritzu
(21 aprile 2011)

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