Quando Silvia mi ha raccontato la sua storia ho avuto un déjà vu. Laureata con curricula più che discreto, intrappolata poi in un call center, come la protagonista del primo libro di Michela Murgia, ripiego temporaneo in un primo momento, fonte primaria di sostentamento che poi diviene lavoro a Teleperformance Taranto dal 2007, prima con contratto a progetto, poi assunta grazie a finanziamenti della Regione Puglia nel 2009. È la storia di tanti giovani a Vol2, che per ora sono salvi.
“Sono diventata mamma a dicembre di una bimba che ora ha 10 mesi e sono in esubero.” La bimba, quella che Silvia Quero tiene in braccio fiera nella foto del suo profilo Facebook. Tutte uguali queste storie di donne del sud laureate, stesso purgatorio.
“A mia memoria Teleperformance è sempre stata in crisi, perlomeno questo è quanto puntualmente ci veniva comunicato ogni anno intorno ad aprile. Come call center veniamo da un anno di contratti di solidarietà e ci affacciamo, fino a dicembre 2011, ad una cassa integrazione in deroga, per parte dei dipendenti, alcuni a zero ore altri a rotazione, per i più la cassa integrazione è una vittoria, una manna dal cielo per scongiurare i licenziamenti, per me l’anticamera della disoccupazione”
La stabilizzazione dei precari ha significato 530 nuove nascite. Ho pensato che il lavoro non è mai stato, come ai tempi nostri, vita. Perché sono troppe le donne che incontro durante il mio lavoro che mi raccontano il desiderio di avere figli ma la consapevolezza che questo non è un Paese che te lo permette.
Silvia svolge un part-time di 30 ore settimanali. Con altre neo-mamme ha fondato un gruppo di genitori che si chiama TP = Troppo Piccoli. Hanno organizzato manifestazioni, flash mob, volantinaggio, petizioni, tutto per rendere visibile la loro situazione. “Io personalmente mi trovo a combattere su due fronti, quello più puramente emotivo-sentimentale e quello più materiale. Partendo dal presupposto che la maternità ha cambiato l’ordine delle priorità nella mia vita, da un lato mi mortifica anche solo il pensiero di dover un giorno spiegare a mia figlia che la meritocrazia non esiste, che non deve assolutamente seguire la strada della madre perché si è ritroverà, dopo anni di studio, a difendere fino allo sfinimento un lavoro (sebbene dignitosissimo) che non le piace, senza soddisfazioni e che la mette nella condizione di dipendere, nell’80% dei casi, da personaggi che hanno la metà della sua esperienza e un quarto della sua cultura”.
“Dall’altro mi fa rabbia dover subire le conseguenze di una pessima e spietata gestione di mercato che rischia di non potermi far praticare più il mio sport estremo preferito: lavorare con continuità e garantire, in maniera onesta, un minimo di serenità economica a mia figlia. Non sono indignata: sono incazzata! Non mollo, continuo a lottare per me e per mia figlia, per darle l’esempio che il lavoro è un diritto inalienabile che va difeso e per il quale si deve richiedere rispetto. Anche per questo ho portato mia figlia a tutti gli scioperi e a tutte le manifestazioni, perché ho sempre sostenuto che, mentre ci macellano, quelli che stanno nella stanza dei bottoni devono avere il coraggio di guardare negli occhi i nostri bambini. Abbiamo anche scritto al Presidente Napolitano al Presidente Vendola e al sindaco di Taranto, ti invierò una copia di tutte queste lettere perché possiate farvi un’idea…”
(L’intervista completa verrà pubblicata ad agosto)
di Claudia Sarritzu
(30 luglio 2011)
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vorrei anche sottolineare una cosa: non è che le persone che non sono “brave” non meritano di lavorare…….è un pò come per la sanità pubblica, l’indispensabile lo debbono avere tutti, poi se c’è qualcuno che può permettersi la clinica privata superlusso si accomodi…..a volte la meritocrazia viene scambiata per leccaculismo, almeno qui in italia!!!!!
Esatto, basta pensare che in Inghilterra la lettera di raccomandazione è prassi comune, mentre qui in Italia a sentire la parola sembra già un reato. Perchè questo? Semplicemente perchè in Inghilterra una lettera di raccomandazione si basa sui curriculum del candidato, mentre in Italia sulla parentela o amicizia… due mondi molto differenti di intendere la cosa
E’ quello che stavo per scrivere io Michele. Cara Marinella hai ragione anche chi non studia deve avere diritto a un lavoro. Il problema infatti è un altro: è che in questo brutto Paese spesso le offerte di lavoro sono ricatti veri e propri, scambi politici, affari di famiglie. Sono stata vittima di queste schifezze. Vorrei tanto che mi passasse davandi un raccomandato più bravo di me, ma ogni volta scopro che ha oggettivamente un curriculum peggiore ma la disponibilità a scambiare favori in cambio di un posto. L’Italia è in mano al coraggio che ognuno di noi ha.