Articolo 18 tra mito e realtà

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Dopo aver letto l’articolo di Cadigia Perini sui rischi che corre l’articolo 18, accogliamo e pubblichiamo con piacere un’opinione distinta e fuori dal coro: quella di Rosa Giancola, operaia Tacconi. Speriamo che possa nascere un dibattito interessante tra i lettori. Aspettiamo i vostri commenti.

È innegabile il valore dell’articolo 18 per la protezione del lavoratore, in quanto “soggetto giuridico svantaggiato” a causa della verticalità del rapporto di lavoro. La norma dal punto di vista del principio è giusta: se perdi il lavoro ingiustamente deve esserti restituito, e fin qui siamo tutti d’accordo.

Nei fatti e nella mia esperienza di lavoratrice e rappresentante sindacale in un’azienda sindacalizzata, però, i lavoratori che sono ricorsi all’articolo 18 (che prevede la reintegra del lavoratore in caso di licenziamento ingiusto) sono sempre “un certo tipo di persone”

Pertanto cari precari, lavoratori a progetto, ecc, ecco il perché della vostra esistenza: per difendere il dogma dell’articolo 18 divenuto ormai come l’Immacolata Concezione. La questione che sollevo non è sul principio, ma sull’uso che ne viene fatto nella realtà, a discapito dei lavoratori onesti. Per farvi capire come si possa ricorrere in maniera disonesta all’articolo 18, vi racconterò una storia:

Fancazzista ma furbo

Sei un lavoratore assenteista, assunto a tempo indeterminato, e decidi che vuoi andare in vacanza nonostante ti sia già sputtanato le ferie. Come fare? Ti metti in mutua, costringendo i tuoi colleghi a lavorare al tuo posto.

L’azienda che lo scopre ti manda a casa un controllo medico e non ti trova. E non succede solo una volta, ma continuamente. Dopo ripetuti inganni, l’azienda decide quindi di licenziarti.

Se sei in un’impresa con più di 15 dipendenti e sei iscritto al sindacato, ricevendo la lettera di licenziamento, corri subito dal tuo rappresentante sindacale e gli dici che hai famiglia, che eri stanco, che hai sbagliato, etc.

La segreteria sindacale (che preferirebbe far prostituire i parenti piuttosto che perdere una tessera), ti trova la soluzione e decide di far causa all’azienda (in barba magari al delegato sindacale aziendale che invece sa bene chi sei).

Dopo che hai vinto la causa però non ti frega niente di rientrare in quell’azienda, anzi chiedi al tuo sindacato se magari può trattare una finta mobilità o una buona uscita, così ti prendi gli arretrati e il gruzzoletto e vai in crociera. Siccome l’azienda non vuole perderci la faccia e vuole liberarsi di un fancazzista come te, paga. 

La morale è distinguere il popolo dalla plebe, l’etica dalla pratica e l’uso dall’abuso.

Bisogna inoltre leggere attentamente quali situazioni non verranno considerate in deroga all’uso dell’articolo 18 e sono le seguenti:

Restano escluse dalla contrattazione aziendale alcune materie e norme generali a tutela di diritti e interessi superiori. Così non si potranno fare accordi locali su temi quali “il licenziamento della lavoratrice in concomitanza del matrimonio, il licenziamento della lavoratrice dall’inizio del periodo di gravidanza fino al termine dei periodi di interdizione al lavoro, nonché fino ad un anno di età del bambino, il licenziamento causato dalla domanda o dalla fruizione del congedo parentale e per la malattia del bambino da parte della lavoratrice o del lavoratore ed il licenziamento in caso di adozione o affidamento” [fonte La Repubblica]. Ai delegati minacciati nell’attività politica resta l’articolo 28.

di Rosa Giancola – operaia Tacconi
(8 settembre 2011)

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