Ex-ILA Porto Vesme, rischio licenziamenti.

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Campeggio di protesta nel 2010 operai ex-ILANon siamo figli di un Dio minore, questo sembra vogliano dire i lavoratori ex-ILA di Porto Vesme in una nota nella loro pagina Facebook e in un articolo de L’Unione Sarda dei giorni scorsi, da ormai 3 anni in cassa integrazione e ad un passo dal licenziamento definitivo.

Il 31 Dicembre scade per i 166 lavoratori il termine degli ammortizzatori sociali e per spingere l’Assessorato Regionale all’Industria perché proroghi la CIG di un’anno e si impegni per trovare una soluzione alla vertenza, alcuni RSU e lavoratori occupano il 24 del mese scorso la sala riunioni dell’Assessorato in Viale Trento. Nei giorni scorsi c’è stata una visita dello stabilimento da parte dei curatori fallimentari, l’Assessore Zedda e alcuni imprenditori che, sembrerebbe, siano interessati all’acquisto ma a questo poi non è seguita nessuna mossa concreta.

I lavoratori sentono il peso del silenzio sulla loro vertenza che non deve essere considerata una vertenza minore; 166 operai non sono pochi per quanto possa sembrare un numero “trascurabile” visto che in Sardegna nel solo 2011 si sono persi 25000 posti di lavoro. Dietro quel numero ci sono persone e famiglie che da tre anni lottano perché la loro fabbrica non si perda definitivamente e con lei le loro speranze. L’incapacità della politica di rispondere alle richieste di aiuto dell’industria Sarda, e non solo l’industria, è evidente.

Dall’inizio della crisi gli ammortizzatori sociali sono pressochè l’unica risposta che la politica ha saputo dare: nessun ragionamento di largo respiro, nessuna difesa decisa e competente delle produzioni, sia dal Governo Regionale che quello Nazionale. Così, per esempio, si chiude la chimica per inettitudine di una classe politica che non è in grado di valutare la portata economica e sociale della perdita di produzioni importanti a livello nazionale. Del resto loro stessi, esponenti della maggioranza al Governo, in tutte le trasmissioni televisive sul tema, alle critiche sul loro operato per far fronte alla crisi rispondono con l’unica cosa che hanno saputo fare, aumentare i fondi per la cassa integrazione, in un paese dove la politica economica in un momento così difficile non la fa il Governo ma le grandi multinazionali come Eni.

di Pietro Curis
(8 Novembre 2011)

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