Sono tornata in Italia perché non voglio rassegnarmi

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Il mio è un lavoro temporaneo (precario?), ho una borsa da ricercatore che scade il prossimo marzo. Ho 29 anni e un lavoro che per fortuna mi piace. Per l’Inps continuo a risultare inesistente, ma non mi lamento.

Poi c’è “Cervelli di ritorno”, il blog che curo su “Vita Non profit”, dove colleziono testimonianze di giovani italiani che provano a cambiare questo paese maltrattato, mettendo a disposizione conoscenze e visioni, frutto delle loro esperienze vissute oltre confine. Questo, lo faccio gratis.

Ma il bisogno di cambiare la narrazione sulla generazione under 35 è così forte, che la gestione di questo spazio è diventato per me uno strumento di cittadinanza attiva. Perché ho questa necessità? Faccio un passo indietro.

Quando ho deciso di tentare la sorte rientrando a Torino, un anno fa, ignorando chi cercava di convincermi ad abbandonare questo piano, non sapevo a cosa sarei andata incontro. Prima ho vissuto per un po’ in Svizzera, dove ho avuto il tempo di capire che cosa significa essere tutelati da un sistema statale che mette il cittadino al centro, che gli semplifica la vita, non gli fa mancare nulla. L’altra cosa che ho capito è che non sono fatta per l’ordine. Per la routine e la fonduta ogni sabato sera. Per le grandi organizzazioni internazionali di Ginevra. Per i quartieri ghetto italo-ispano-portoghesi. Non sono fatta neanche per la vita da expat.

Non sono fatta per guardare all’Italia con rassegnazione e sentirmi tranquilla. Quando ho deciso di tentare la sorte tornando in Italia non sapevo a cosa sarei andata incontro. A un anno di distanza, grazie anche a quel caleidoscopio di storie che è diventato “Cervelli di ritorno”, ho qualche certezza in più. Complessità, molteplicità, pluralità. Sfide e opportunità. L’Italia in cui vivo oggi è un gran casino. Un caos che, per chi come me sceglie di vedere il bicchiere mezzo pieno, fa rima con “trasformazione”.

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La cartolina di #tivendibenetu realizzata da Serena

Nei viaggi di ritorno di chi prova a costruirsi un futuro ho individuato alcuni percorsi, delle filosofie di vita, atteggiamenti comuni che tratteggiano il profilo dell’italiano oggi controcorrente. Provo a fare un elenco. 1) Costruire reti di solidarietà, collaborare e condividere progetti. Come fanno le tante persone di questi progetti. 2) Coabitare. Come suggerisce una mappa sugli eco-villaggi e il cohousing. 3) Rallentare. Abbracciare la decrescita felice, riscoprendo nei beni materiali il valore della riparazione e del riutilizzo e nel capitale umano una risorsa gratuita in cui investire.

4) Trovare il coraggio di mettersi in discussione, avviare una riconversione professionale, inventarsi il lavoro. 5) Spingersi oltre le Colonne d’Ercole e andare a conoscere il mondo, facendo tesoro di quello che potrebbe essere importato anche da noi. 6) Denunciare. E farsi promotori di una cultura etica, come ci invita a fare il movimento dei Signori Rossi. 7) Fidarsi. Per capire che in Italia non tutto è perduto. Come nei video delle organizzazioni non profit nel Mezzogiorno: “storie di riscatto al Sud”. 8) Cambiare punto di vista. Non esiste una storia a senso unico. Cambiare prospettiva e vedere questa complessità per quello che è potrebbe renderci protagonisti di questi tempi un po’ sfigati con cui facciamo i conti.

9, 10, 11… a voi la parola.

di Serena Carta

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