Vincenza è un medico oncologo, trentenne, precaria. “Quando c’è una patologia oncologica diventi tu il punto di riferimento per la persona malata e per tutta [...]
L’isola dei cassintegrati con Paolo Nori al Primo Maggio
L’anno scorso su quel palco Caparezza aveva indossato la nostra maglietta. E anche in questa edizione L’isola dei cassintegrati ha avuto uno spazio riservato sul palco del Primo Maggio, per raccontare la storia di Marina, lavoratrice dei Call Center di Almaviva Contact di Roma. Con la straordinaria partecipazione dello scrittore Paolo Nori, che ringraziamo.
Salutiamo e ringraziamo Marina Chimenti per la sua tenacia, Paolo Nori per le sue parole e l’organizzazione del Concertone del Primo Maggio per la disponibilità. Leggi il resto di questa notizia »
Oncologa precaria: ‘La mia precarietà danneggia anche il paziente’
Vincenza è un medico oncologo, trentenne, precaria. “Quando c’è una patologia oncologica diventi tu il punto di riferimento per la persona malata e per tutta la sua famiglia. E nel momento in cui il contratto scade, il paziente perde un punto di riferimento fondamentale”. Michela Giachetta, autrice del libro ‘Assalto al cielo’, l’ha intervistata per L’isola dei cassintegrati.

Il passato di Vincenza ha l’odore dei libri, di un villaggio turistico, di un ospedale romano e di treni presi per studiare, lavorare e riabbracciare ogni tanto la propria famiglia. Il presente ha il sapore della rabbia. Il futuro potrebbe avere i colori di Malta e il gusto acre di una scelta difficile. Vincenza è un medico oncologo, precaria. Calabrese, 35 anni, si è laureata a Roma, ha lavorato come specializzanda all’ospedale Pertini, nella Capitale, sia in reparto, sia nel day hospital. “Con i tagli e la mancanza di personale mi capitava di gestire il reparto anche da sola“.
Nel 2012 la specializzazione termina, il lavoro in quel nosocomio pure. “Ho iniziato a darmi da fare, cercando un impiego dappertutto, prima puntando solo su Roma e provincia, visto che lì avevo casa, un fidanzato, tutta la mia vita”. Ma nella Capitale il lavoro non si trova. “Venni chiamata da una Asl, per un’assistenza domiciliare estiva, ma fui costretta a rifiutare, perché nel frattempo avevo accettato un impiego al Sud, in un villaggio turistico a Isola Capo Rizzuto. L’offerta di lavoro prevedeva 450 euro alla settimana, vitto e alloggio, per il periodo estivo”. A luglio 2012 scende al Sud, scopre che l’alloggio è una sorta di magazzino, che fungeva anche da ambulatorio. I due spazi erano divisi da una parete di cartongesso. Niente doccia, per lavarsi doveva andare a casa del proprietario del villaggio. C’erano orari prestabiliti per le visite, ma visto che l’ambulatorio era casa sua, la luce era sempre accesa e arrivano persone a tutte le ore. Resiste tre settimane, gliene pagheranno solo due. Senza aver mai firmato alcun contratto. Continua la sua ricerca di lavoro, in tutta Italia. Viene a sapere che in un ospedale convenzionato di Monza cercano un medico, per una sostituzione di maternità, contratto di 8 mesi. Accetta e parte. Il lavoro inizia lo scorso ottobre. Oggi è ancora lì, con un contratto in scadenza.
Sulla carta è una libera professionista, ma nella pratica è dipendente a tutti gli effetti. Obblighi di entrata e di uscita, cartellino da timbrare, giorni di malattia da certificare. “Zero diritti e tutti i doveri”, racconta. Ad aprile chiede spiegazioni in amministrazione per un problema burocratico, legato al conteggio di determinati giorni. “Il primario mi si è scagliato contro per aver tirato in ballo l’amministrazione. Una scenata incredibile”. Intanto, non senza problemi, prosegue la sua attività nell’ospedale. Visita i pazienti, prescrive cure. “La precarietà danneggia anche il paziente. Quando c’è una patologia oncologica diventi tu il punto di riferimento per la persona malata e per tutta la sua famiglia. Nel momento in cui il contratto scade, il paziente perde un punto di riferimento fondamentale”. Leggi il resto di questa notizia »
Gallazzi, cassintegrati e creditori
Gallazzi S.p.a. è un’azienda di Minerbio (Bologna) nata nel 1973 e specializzata nella produzione e nella commercializzazione di film di PVC. Alla fine del 2012 la società ha deciso di collocare tutti i 197 dipendenti in cassa integrazione straordinaria per cessazione delle attività. Abbiamo intervistata Alex Roda, Rsu ed Rls: “L’azienda deve ancora pagarci le ferie non usufruite, mezza tredicesima, e il Tfr”.

La sede di Minerbio non è l’unico polo produttivo della Gallazzi S.p.a., ce ne sono altri due nel varesotto, per il momento estranei alla crisi che ha colpito i colleghi bolognesi. “Questo perché la società ha fatto richiesta al Tribunale di Milano di poter accedere al Concordato di Continuità per evitare il fallimento dell’intero gruppo, composto dall’opificio Bolognese e dagli altri due siti produttivi situati in Provincia di Varese”, spiega Alex. “Il tribunale ha concesso alla Gallazzi 120 giorni per presentare tutta la documentazione necessaria per l’approvazione definitiva del suddetto Concordato”. Quando scade il termine fissato dal giudice? “Fra poco, anzi pochissimo: il 29 aprile 2013″.
I contratti di solidarietà grazie ai quali è andata avanti la fabbrica per tutto il 2012 non sono serviti a risollevare la grave crisi economica in cui versa l’azienda, attanagliata nella morsa delle banche che da luglio 2012 negano le linee di credito per andare avanti. Purtroppo, se il 2012 è stato un pessimo anno, il 2013 sarà addirittura peggiore per i quasi duecento lavoratori, tutti tra la quarantina e la cinquantina d’anni, in esubero. Le prospettive di trovare un altro impiego sono molto basse, sia per la mancanza di alternative concrete, ma anche perché si tratta di persone altamente specializzate difficilmente riempiegabili senza un concreto piano di riconversione e aggiornamento. Leggi il resto di questa notizia »
Stampa libera? Un’illusione se i giornalisti sono sfruttati e minacciati
Al Festival Internazionale del Giornalismo di Perugia è stato assegnato il premio Walter Tobagi. La vincitrice per la sezione “carta stampata” è Chiara Baldi, autrice di un articolo sul precariato nel mondo del giornalismo che pubblichiamo oggi sul blog. Il pezzo tratta un tema di grande attualità, spesso censurato dagli stessi addetti ai lavori, ci sembrava doveroso contribuire a dargli visibilità.

Un esercito di venticinquemila precari che produce il sessanta percento delle notizie di un qualsiasi giornale, online o cartaceo che sia. Un esercito che se posasse la penna e spegnesse il pc, metterebbe in ginocchio l’intero sistema dell’Informazione. Nel resto del mondo questi “soldati” si chiamano freelance e sono sinonimo di notizie indipendenti, libere, alternative. Da noi sono semplicemente giornalisti precari, o più brutalmente: sfruttati, sottopagati, sotto ricatto. L’Italia della crisi, dei contratti atipici, degli stipendi infami, del «non arrivo a fine mese» e delle tutele inesistenti, passa anche (e soprattutto) da loro.

Foto di Mario Panico
E da loro passa anche la libertà di stampa in un Paese che nel 2013 si è attestato al 57° posto nella classifica mondiale di Reporters sans Frontières. Sì, perché non esiste stampa libera né diritto del cittadino ad essere informato in modo democratico se i giornalisti sono pagati quattro euro al pezzo o poco più. E che siano nette o lorde cambia poco: è pur sempre una miseria ignobile. La libertà di stampa inizia da qui, dal ricatto di un giornalista che lavora così tanto per un compenso così insulso: quale professionalità e quale indipendenza avrà mai, se per 50 euro al giorno deve produrre 15 notizie?
E soprattutto, di che qualità saranno quelle notizie? Per anni, di tutto ciò non ne ha parlato nessuno. Ai giornali non conveniva per evidenti motivi e le associazioni di categoria (OdG e FNSI), per loro stessa ammissione, se ne sono accorte troppo tardi. Ma queste proteste qualcuno le doveva pur raccogliere, qualcuno doveva pur incanalare questa rabbia per farla sfociare in qualcosa di concreto, e allora tra la fine del 2009 e l’inizio del 2010 sono nati i primi Coordinamenti di giornalisti precari: quello della Campania e quello romano di Errori di Stampa. Questa realtà si è allargata a macchia d’olio, tanto che oggi esistono in tutta Italia. Perché lo sfruttamento del lavoro giornalistico avviene ovunque, in molteplici forme, e a volte è difficilissimo persino da individuare, oltre che da contrastare. Dobbiamo ringraziare loro, la caparbietà con cui hanno raccolto testimonianze e fatto proposte se oggi abbiamo la legge sull’equo compenso giornalistico e la Carta di Firenze che punisce i direttori che contribuiscono allo sfruttamento dei collaboratori.
I Coordinamenti sono stati i primi ad alzare la voce contro lo sfruttamento dei colleghi, denunciando i ritmi disumani, i pochi euro ad articolo (alcuni, come Il Messaggero, addirittura, non danno neanche un euro per le notizie sotto le 800 battute), le telefonate a proprio carico, così come la mazzetta di giornali ed agenzie pagate di tasca propria. Non una scrivania in redazione, anzi, in redazione ci vadano il meno possibile, ché se arriva un’ispezione dell’Inpgi sono guai seri per tutti. I Coordinamenti hanno denunciato questa piaga sociale che ha ormai infettato l’intero sistema della stampa italiana, e di cui non c’è alcuna percezione nell’opinione pubblica. Il giornalista è, infatti, per molti, un professionista con uno stipendio solitamente sopra la media e che appartiene alla cosiddetta “casta”: esemplari le parole dell’ex Ministro del Lavoro Elsa Fornero, che parlò di «privilegiati». Eppure non sono solo i soldi a mancare. Leggi il resto di questa notizia »




















