Serie A e Serie B: perché penso che sui contratti Renzi non dica la verità

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Senza offesa, secondo me si tratta di una fesseria. Mi riferisco a ciò che ieri, il premier Matteo Renzi, ha detto in Parlamento sul lavoro: “Io ritengo che non ci sia cosa più iniqua in Italia di un diritto del lavoro che divide i cittadini in cittadini di serie A e di serie B. Se sei un partita Iva non conti niente. Se sei un lavoratore di un’azienda sotto i 15 dipendenti, non hai alcune garanzie. Se stai sopra sì”.

Vi fermo subito: non voglio stare a farla lunga su quanto sia importante l’articolo 18, o su quanto l’articolo 18 vada riformato. Sia in sede di legge delega Jobs Act che con eventuale decreto. Per me sarebbe molto facile dire che Renzi ha ragione: “Sì, è vero, esistono lavoratori di serie A e altri di serie B, Renzi migliori le condizioni di chi sta male e siamo a posto”.

Ma credo che le cose non siano proprio così. Anzi, non lo sono affatto. Penso che Renzi, ieri, abbia fatto una grande semplificazione. E con questo non voglio dire che non esista un divario enorme fra chi lavora tutelato e chi no. Differenze di stipendi, di tutele (malattia, ammortizzatori sociali, Tfr, orari), di qualità della vita, di opportunità.

Vogliamo tenere la metafora calcistica? Bene, allora diciamo che ci sono lavoratori di serie A, serie B, serie C, serie D, promozione e tantissime altre fino ad arrivare a uno sproposito. E tutte, a scalare, non se la passano granché bene. Perfino la serie A, cioè il lavoro tutelato. Non solo, se prendi la serie B a seconda della modalità di assunzione o del datore di lavoro, o della Regione in cui si opera, si divide in altre due, tre, quattro sotto-serie.

Prendiamo le partite Iva, per esempio. Come ho scritto in questo articolo su L’Espresso una partita Iva oggi è radicalmente differente da quella di una volta. I precari sono moltissimi. Ma ciò non toglie che una buona fetta di questa categoria sia ancora costituita da imprenditori che possono evadere, professionisti che hanno la possibilità di fare molto nero, perché su questo per decenni ha vissuto la sostenibilità della partita Iva.

E il contratto determinato, su cui col decreto lavoro il governo Renzi ha puntato tutto per “Dare la scossa”? Di cosa si tratta, serie A o serie B? Se è serie A, allora qual è il senso di un nuovo contratto (simil indeterminato) a tutele crescenti (cioè senza articolo 18?)? Forse il determinato è serie B. Ma allora ci vogliono dire che il governo ha puntato tutto sui contratti di seconda scelta?

E l’apprendistato, anche questo riformato dal decreto lavoro di Renzi? Qual è il problema di questa tipologia di contratto? L’apprendistato non ha problemi, è un simil indeterminato anche questo, con tutte le tutele. Serie A, direbbe Renzi. Che diventa serie B nel momento in cui dopo i 3 anni di apprendimento non si viene assunti a tempo indeterminato. Ma questo, l’obbligo all’assunzione Renzi non l’ha voluto, no, perché le aziende non capirebbero.

E i contratti a progetto? Serie B senza ombra di dubbio, una forma contrattuale senza senso, perché il progetto non esiste quasi mai. Ma allora perché Renzi non cancella questa tipologia?

Perché alla fine puoi liberalizzare quanto vuoi, ma rimane il fatto che il mercato dei contratti di lavoro è un delirio in cui un’azienda può decidere di fare lavorare una persona in circa 46 modalità di assunzione differenti, e di queste solo due o tre rientrerebbero in serie A. Per cui se si vogliono eliminare le disparità, l’illegalità diffusa, le iniquità, le forme di serie B, C, D andrebbero abolite tutte. Tantopiù se si è deciso di creare il nuovo contratto di inserimento a tutele crescenti.

Quello che voglio dire è che a fare semplificazioni del genere si finisce per dire cretinate. E se su queste si basa una riforma del lavoro, beh, sarà una riforma sbagliata e non efficace. Alla faccia della semplificazione. Perché per riformare il lavoro bisogna indagarlo, per riformare i contratti bisogna sapere di cosa stiamo parlando. Altrimenti avremo solo l’ennesimo contratto, il 47esimo dell’elenco, e chi se ne frega se è serie A o serie B quando non gioca più nessuno.

di Michele Azzu 

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