Cambiarci per cambiare

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In occasione della mobilitazione nazionale delle donne, “se non ora quando”, questo blog lancia la nuova sezione “lavoro femminile“. I problemi delle donne italiane ad inserirsi nel mondo del lavoro, a rimanerci, a costruirsi una carriera, a non essere discriminate perché madri. Tanti casi  e testimonianze nei prossimi giorni…

“Quando una signorotta bruttina, avanti con gli anni e un po’ stupida diverrà presidente del consiglio, la parità dei sessi sarà raggiunta.”

Questa frase -non ricordo se le parole fossero esattamente le stesse, ma questo era il senso- l’ho sentita alle Invasioni barbariche, il programma di Daria Bignardi su La7, tempo fa, esclamata dal Ministro alla Difesa Ignazio La Russa.

Rimasi scioccata.
Per la prima volta ero assolutamente d’accordo con lui.

La prima cosa voglio fare è chiedervi scusa. Scusa per aver ideato assieme a tutta la redazione una “sezione speciale” che parlerà delle donne. Mi rincresce farlo, perché mi piacerebbe vivere in un paese senza quote rosa e senza provvedimenti in favore dell’uguaglianza sostanziale, che sono provvedimenti essenziali (ahimè) solo in stati dove realisticamente non si può dire: donna e uomo hanno le stesse possibilità in campo economico, sociale e culturale.

Per descrivervi la donna italiana devo parlarvi del Senso di Colpa.

Una donna in Italia oggi, nel 2011, è quella che non se la sente di uscire la sera tardi. Che si chiede se è opportuno indossare una gonna. Perché se le succedesse qualcosa di brutto potrebbero attribuirle la responsabilità di aver provocato il suo molestatore. La domanda infatti che più spesso una donna si sente rivolgere quando subisce degli apprezzamenti non graditi o proposte non consone, per esempio dal suo datore di lavoro, è: “Ma sei sicura che non te la sei cercata?” Il senso di colpa c’è sempre. È una costante della nostra vita.

Ma la nostra condizione d’inferiorità passa anche dai “complimenti” che ci vengono attribuiti quando restiamo antipatiche a qualcuno. Quasi mai uno schietto e naturale “stronze” per come ci siamo comportate, al 80% riceveremmo un più gettonato e diretto “puttane”.

Non mi stancherò mai di dire però, che per mettere in moto una rivoluzione culturale che finalmente sancisca le pari opportunità, questa stessa rivoluzione dobbiamo compierla prima di tutto dentro noi stesse. Alcuni esempi per farmi capire.

Se in ogni redazione in cui entro a far parte (ne è un esempio anche questo blog) ho più colleghi che colleghe, è colpa nostra. Se il lavoro preferito dalle donne italiane è l’insegnamento che permette di stare più a casa, e le parlamentari sono troppo poche, e in Sardegna, casa mia, oggi non ci sono donne in Giunta regionale, ne siamo responsabili noi per prime. Se pretendiamo di essere più brave, belle e coraggiose dei nostri colleghi, mariti e padri, è sempre nostra la colpa che dobbiamo smettere di sentirci in debito con la società. Che non importa se non sappiamo cucinare, stirare, se prendiamo uno stipendio più alto di nostro marito. Se i nostri figli non sono i primi della classe non è perché noi, con la nostra emancipazione, abbiamo sancito la fine della famiglia tradizionale.

Se non ora quando è lo slogan della manifestazione delle donne del 13 febbraio 2011. Se non ora quando… dobbiamo iniziare a non pretendere da noi stesse quello che non pretendiamo dagli uomini? Smettere di essere severe con la nostra intelligenza e la nostra fisicità porterà prima di tutto le donne a liberarsi del maschilismo radicato nella nostra testa.

In questa sezione racconteremo le vertenze che riguardano il mondo del lavoro femminile (vedi le ragazze della Omsa Faenza o le operaie di Latina), ma anche storie di singole amiche che potranno raccontarci quanto è faticoso essere Noi. Mi piacerebbe ci scrivessero all’indirizzo di posta elettronica [email protected] le donne di tutti gli schieramenti politici. Perché Se non ora quando… inizieremo a solidarizzare fra noi.

Su facebook tempo fa c’era quella iniziativa di mettere come immagine del profilo una donna a cui ci sarebbe piaciuto assomigliare. Io scelsi Rita Atria. Non so quanti di voi la ricordano. Quando decise di collaborare come testimone antimafia al fianco di Paolo Borsellino, era il 1991. Aveva l’età di Ruby quando è stata portata in questura. 17 anni. Grazie alle sue dichiarazioni si poterono arrestare diversi mafiosi. Dopo la strage di Via d’Amelio, la ragazza coraggiosa che ho scelto come immagine, che aveva rinunciato a tutto per l’idea di giustizia grazie alla sua profonda vocazione antimafia, si uccise a Roma nella sua casa bunker lanciandosi dal 7° piano. Senza il magistrato che le aveva insegnato che la dignità conta più di tutto, Rita non riuscì a dare più un senso al suo cammino, abbandonata soprattutto dalle donne della sua famiglia.

Una frase che faccio mia di Rita, e riadatto sempre a seconda della mentalità sbagliata in cui mi imbatto e che mi tocca -troppo spesso da solista- di combattere, è questa:

“Prima di combattere la mafia devi farti un auto-esame di coscienza e poi, dopo aver sconfitto la mafia dentro di te, puoi combattere la mafia che c’è nel giro dei tuoi amici; la mafia siamo noi e il nostro modo sbagliato di comportarci.”

Cambiate la parola mafia con “maschilismo”. E iniziate a cambiare voi stesse per cambiare il nostro paese.

di Claudia Sarritzu
(13 febbraio 2011)

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