I pirati del CNT verso l’ultimo ‘arrembaggio’

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Da quando sono stati sgomberati, ad aprile, il loro presidio permanente si è trasferito fuori dai cancelli dell’azienda. Quando c’è vento sventola una bandiera pirata, la stessa che stava nel più alto pennone della petroliera ‘Marettimo’ che avevano occupato per mesi. Stiamo parlando dei Pirati di Trapani, gli oltre 50 operai dei Cantieri Navali senza lavoro da circa un anno. Il prossimo obiettivo è il recupero crediti dell’azienda fallita.

“Ma lo sai che un tempo anche noi lavoratori del CNT dicevamo con orgoglio: ‘Lavoriamo al Cantiere Navale di Trapani’, te l’immagini? Quella soddisfazione di avere un lavoro onesto e dignitoso, sai di cosa parlo. Poi però c’è stato il declino inarrestabile e ora guarda dove stiamo”. Nessun segno di cedimento nelle parole di Antonio Di Cola, sconforto e rabbia forse, ma tanta forza a far da contrappeso.

La speranza viene dal recupero crediti, con il pignoramento degli attrezzi e dei mezzi dell’azienda in seguito all’istanza di fallimento. “La cosa positiva è che altri creditori si sono accodati ai provvedimenti giudiziari, attratti dalla nostra determinazione, e questo ha reso il cumulo di crediti più corposo agli occhi dei giudici”. Purtroppo, però, c’è anche tanta frustrazione. “Sì, perché questo imprenditorucolo di provincia, incapace e indebitato per più di 50 milioni di euro, sembra che goda della benedizione dei cosidetti ‘organi competenti’ che gli consente di arrampicarsi continuamente sugli specchi”. Antonio si riferisce a Giuseppe D’Angelo, amministratore delegato della Satin S.p.A, e responsabile del fallimento della CNT.

“Non ti nego che siamo avviliti. Loro, tutti, credono di poterci sfinire ma noi resistiamo. L’unica istituzione che ci dava una speranza era la Magistratura. Ma anche lì adesso troviamo apatia e disinteresse”. Il 25 ottobre c’è stata l’udienza per il fallimento, udienza già rimandata di un mese dal giudice. “Ebbene, anche questa volta sono stati offerti altri due mesi all’azienda perché ha proposto di presentare l’ennesimo piano industriale farlocco con il quale prevede un ipotetico accordo con le banche, un ipotetico roseo futuro, un ipotetico pagamento dei debiti dilazionati”. Ma sarà vero? “TUTTE CAZZATE – taglia corto Antonio – che sembrano riportarci a due anni fa”.

Avviliti ma determinati, i lavoratori esigono di recuperare i loro crediti, di liberare finalmente quell’area dalla speculazione e renderla produttiva. “Questa piccola città ha bisogno di ossigeno, non ci meritiamo imprenditori fasulli, sindacati collusi e istituzioni indifferenti”. Quali progetti per il futuro? “Una volta risolto il recupero crediti il nostro progetto è quello di metterci in gioco come cooperativa nel settore cantieristico navale trapanese. Supplire all’incompetenza dimostrata dai dirigenti fino ad oggi e tornare a lavorare e a far lavorare, padroni del nostro lavoro e del nostro destino”.

Domani, 7 novembre, è previsto un incontro con il Prefetto, a cui parteciperanno tutte le sigle sindacali e gli organi competenti. “Il Prefetto avrà capito che l’azienda non ha più motivo di esistere? Prenderà atto del fatto che l’azienda deve pagare i crediti ai lavoratori?”, questi i dubbi di Antonio. I più scettici tra i suoi colleghi pensano, al contrario, che questo incontro servirà solo all’azienda per convincere che è Lei la vera vittima. Vittima della crisi, delle banche, dei suoi ex dipendenti cattivi. Il rischio è che gli avanzi (i crediti recuperati dalla vendita dei macchinari) vadano a chi ha già mangiato per anni.

di Marco Nurra | @marconurra
Galleria fotografica di Roberta Gatani

 

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